Costituzione Europea

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Questo argomento contiene 5 risposte, ha 5 partecipanti, ed è stato aggiornato da MuiaFrancesco69 MuiaFrancesco69 7 mesi, 1 settimana fa.

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  • #588
    MuiaFrancesco69
    MuiaFrancesco69
    Partecipante

    La nostra Europa è una Democrazia incompleta ma pur sempre Democrazia, perchè priva di una Costituzione sta a noi rilanciarla, la destra sa che ne è priva e da risposte sovraniste, autonomiste esalta l’Io individualista.

  • #602

    Mario Daniele
    Partecipante

    E’ proprio il compito della sinistra quello di rilanciare l’Europa dei popoli che si dia una cornice costituzionale a garanzia di tutti .

    Certo, in questa fase di nazionalismi e sovranismi imperanti la strada appare tutta in salita.

    Ma assai peggio sarebbe lasciare il campo alla sola contrapposizione tra l’europa neoliberista dei mercati ed il fronte sovranista di destra che vede nelle prossime elezioni europee l’opportunità per destrutturare quella porzione di integrazione tra i paesi UE che si è realizzata in questi ultimi decenni.

  • #625
    Francesco
    Francesco
    Partecipante

    L’Unione Europea di oggi è quella che io chiamo una “Unione Diplomatica”. Sulla carta, il processo decisionale è il dialogo a tre ( il cosiddetto “trialogo” ) tra il Parlamento Europeo, la Commissione Europea ed il consiglio dei capi di stato. Nella pratica si osserva come il vero organo decisionale sia il consiglio dei capi di stato, e quindi le decisioni prese a livello di Comunità Europea sono il frutto di trattative diplomatiche tra i vari stati,in cui gli stati più forti hanno un peso maggiore. Un esenpio di questo stato di fatto è dato dalla gestione dell’immigrazione: il parlamento europeo, dopo un lungo e complesso sforzo di mediazione, aveva elaborato una legge che proponeva un meccanismo di distribuzione dei migranti tra i diversi stati; il consiglio dei capi di stato ha ignorato tale legge ed ha deliberato in senso opposto.

    Questo stato di fatto è comunque meglio di niente : impedisce che scoppi una guerra commerciale aperta tra le varie nazioni europee, con dazi e blocchi che penalizzerebbero enormemente l’economia del nostro continente e quindi i lavoratori europei; cerca inoltre di proporre, con vari livelli di successo, degli standard di vita europei tra le varie nazioni, anche se spesso lo fa calpestando con burocratica goffaggine quelli che sono gli usi e costumi di una nazione.
    Tuttavia l’unione diplomatica si sta dimostrando insufficiente sia nel dare risposte globali alla domanda di protezione sociale proveniente dai ceti bassi ( come dimostrano proteste generalizzate come quella dei “gilet gialli” in Francia o la nascita di formazioni populiste nazionalistiche che promettono un ritorno degli “stati chioccia” ), sia ad arginare il predominio commerciale delle superpotenze mondiali, che anzi trovano una sponda fin troppo complice nelle istituzioni attuali europee lobbizzate dal grande capitale. Senza contare che importanti istituzioni comunitarie come la Banca Centrale Europea e l’Euro rimangono in mano ad una tecnocrazia che non si sa bene a chi risponda invece che essere sotto il controllo politico degli organi elettivi comunitari.

    Occorre quindi stimolare e premere per una transizione verso una vera unione democratica europea, in cui il Parlamento Europeo sia sovrano e possa da un lato nominare esso stesso l’organo esecutivo ( invece di limitarsi ad accettare le proposte del consiglio dei capi di stato ) e dall’altro approvare leggi immediatamente applicabili, pure se nei limiti imposti da una costituzione federale che tuteli le specificità e l’autonomia dei singoli stati membri.

    Arrivare a questo obiettivo è tutt’altro che facile: l’Unione Europea è oggi cosi’ allargata che sarà difficile, se non impossibile, mettere daccordo tutti su un comune progetto di Europa. Occorrerà molto tempo, e forse accettare una fase temporanea in cui ci sia qualche forma di “unione flessibile” in cui i singoli stati possano decidere di entrare od uscire alle singole iniziative decise comunitariamene. Forse sarà inevitabile perdere qualche stato durante il processo di integrazione.
    Un’altro ostacolo alla creazione di una vera democrazia europea è la mancanza di partiti sovranazionali, capaci di rappresentare gli interessi di tutti i cittadini europei invece che solo di quelli della propria nazione. La sinistra italiana europeista dovrebbe adoperarsi sin d’ora per la creazione di una sinistra europea compatta e stabile, capace di guardare oltre le singole scadenze elettorali e gli interessi nazionali per elaborare collettivamente un progetto di europa solidale, ecologica e socialista, sulla base del quale aggregare le classi lavoratrici del continente.
    Infine, anche le due forze contrapposte della politica economica, ossia industria e sindacati, mancano di una dimensione europea: le aziende trans-nazionali europee sono spesso aziende nazionali che hanno “coloniizzato” nazioni economicamente più deboli. I sindacati, a loro volta, non hanno ancora dato vita ad unità trans-nazionali che sappiano portare avanti la stessa lotta in paesi diversi.

    Per tutte le ragioni sopra elencate, il processo di costruzione di una vera europa democratica sarà necessariamente lento e faticoso. E nel frattempo? Nel frattempo, occorre porre rimedio agli obbrobri più evidenti di questa Europa diplomatica iper-burocratica In primis, abolire la forzatura del “modello austerity” che mal si combina con la necessità di crescita di molti stati europei ( di fatto, molti stati puntualmente disattendono le promesse di contenimento del debito pubblico espresse nei documenti di programmazione economica), garantendo invece ai singoli stati la flessibilità finanziaria necessaria per favorire politiche di solidarietà sociale e di rilancio economico. Poi dare ai paesi dell’euro la possibilità di controllare, collettivamente e democraticamente, la politica monetaria che deve seguire la banca centrale europea. Infine, evitare di imporre inutili standardizzazioni che appiattiscono le differenze tra gli stati, riconoscendo agli stati specifiche autonomie legislative e facendo intervenire la legislazione europea solo in quei casi in cui gli interessi sovranazionali sono riconosciuti come predominanti.

  • #629

    Guido.Pasquetti
    Partecipante

    LA COSTRUZIONE DELLO STATO SOCIALE EUROPEO E’ LA SFIDA PER LA SINISTRA DEL XXI SECOLO.
    Liberi e Uguali, nella sua fase costituente, deve elaborare quelli che sono i propri principi fondativi tra i quali, ineludibili, sono quello della Giustizia Sociale e il tema dell’Europa che, a ben vedere, sono strettamente collegati.
    Il tema della Giustizia Sociale deve essere nel DNA di un partito di sinistra e in particolare di chi, come noi, ha deciso di chiamarsi “Liberi e Uguali”, perché, per citare il compagno Sandro Petrini, “La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame”.
    Proprio per tale ultimo motivo, molte delle Costituzioni democratiche europee nate nel secondo dopo guerra, compresa quella italiana, hanno riconosciuto, a fianco dei diritti e delle libertà individuali, anche i diritti sociali ispirati al principio di uguaglianza solidaristica secondo cui a tutti debbano essere assicurate uguali condizioni di partenza, principio che si esplica (per fare qualche esempio) nel diritto al lavoro, alla pensione, alla previdenza contro gli infortuni sul lavoro e all’assistenza sociale contro la povertà, nel diritto all’organizzazione sindacale e partitica, nel diritto allo studio nella scuola pubblica, nel diritto alla salute accessibile a tutti grazie ad un sistema sanitario pubblico, nel diritto all’ambiente, nel diritto alla cultura, nel diritto alla libertà religiosa in un contesto di laicità dello Stato, nonché, in economia, nel diritto alla proprietà, che può essere sia pubblica che privata, purché quest’ultima abbia, per legge, una funzione sociale.
    Il principio della Giustizia Sociale è stato inserito nella Costituzione italiana all’Art.3 Cost. che assegna alla Repubblica (in tutte le sue articolazioni territoriali) come preciso compito quello di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
    Riconoscere ciò nelle Carte Costituzionali fu, per le democrazie europee, una rivoluzione politica, sociale e culturale che si contrappose al previgente modello liberale e liberista responsabile delle due guerre mondiali del secolo scorso.
    L’altra rivoluzione politica, sociale e culturale del dopoguerra fu la sottoscrizione dei Trattati di Roma del 1952, con i quali si fondarono le prime Istituzioni comuni europee per promuovere nel continente pace, democrazia e sviluppo economico.
    Tuttavia, oggi, la crisi economica e sociale della Grecia (per citare solo il caso più drammatico), la Brexit, il movimento dei gilet gialli in Francia, assieme all’incapacità di gestire a livello europeo il fenomeno delle migrazioni per i rigurgiti di ideologie razziste e xenofobe proprie della destra fascista e contrarie ad ogni idea solidaristica, i tentativi in Polonia e in Ungheria di limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e della stampa, le posizioni sovraniste dei Paesi dell’Est Europa (il così detto gruppo di Visegrad a cui si sta unendo anche l’Italia con l’attuale governo che propugna lo slogan sciovinista “prima gli italiani”), rendono evidente che il sistema di protezione sociale (o welfare) che gli stati democratici europei hanno costruito nel secondo dopoguerra è in crisi, così come è in crisi l’idea di una Europa fondata sugli attuali trattati che, per dirla con una battuta, la rendono immobile e arroccata sulla difesa di uno status quo privo di prospettive per il futuro dei popoli europei.
    Le due crisi sono, infatti, i due lati della medesima moneta: da un lato vi è l’insufficienza dell’Unione Europea sia sotto il profilo democratico (la U.E. non ha una Costituzione democratica che riconosca la Sovranità popolare come unica fonte di legittimazione dei processi decisionali, oggi affidati in parte prevalente ad Istituzioni non elette direttamente dal popolo europeo, come la Commissione e il Consiglio), sia per l’assenza di politiche sociali, poiché di fatto l’Unione si occupa prevalentemente di economia, finanza e moneta, ma, pur essendo l’area con il secondo PIL del mondo (18.495.349 $US) dopo gli USA (19,390,600 $US), lascia di fatto le politiche di protezione sociale ai sistemi di welfare nazionali, finanziati tramite la fiscalità dei singoli Stati membri.
    Dall’altro lato, questa soluzione produce disuguaglianza sociale nella popolazione europea che è benzina sul fuoco distruttivo dell’ideologia sovranista che divampa più forte proprio nelle fasce meno abbienti della popolazione europea ed è dilagante negli Stati più poveri dell’Europa dell’Est.
    Gli Stati con economie più deboli sono, infatti, quelli che non hanno i mezzi per mantenere gli standards europei di protezione sociale e devono arrendersi alle logiche predatorie del mercato, mentre quelli che adottano politiche neo-liberiste sono quelli che non si preoccupano di tali standards, confidando che lo stato sociale sia finanziato dagli effetti benefici del mercato che, però, come ci dicono i dati EUROSTAT sulla distribuzione della ricchezza anche in Europa, vanno sempre a favore di esigue minoranze le quali, con l’espediente della flax tax, vogliono anche pagare meno tasse.
    In conclusione, un partito di Sinistra, deve acquisire la consapevolezza che la dimensione nazionale non è più sufficiente a garantire i diritti sociali e che il sistema di protezione sociale, cioè il welfare, deve assumere una dimensione europea.
    La costruzione e costituzionalizzazione dello “stato sociale” fu il grande obiettivo per cui lottarono le Sinistre europee durante tutto il novecento, obiettivo che riuscirono a realizzare a livello nazionale e assieme ad altre forze politiche, dopo la caduta dei regimi nazi-fascisti. L’obiettivo della Sinistra del XXI secolo deve essere quello di trasformare lo “stato sociale” da sistema costituzionalizzato a livello nazionale, a sistema costituzionalizzato a livello europeo.
    La storia del ‘900, infatti, ci insegna che la realizzazione di un sistema di welfare passa solo per il suo riconoscimento nelle Carte Costituzionali. Anche a livello europeo esso non potrà essere garantito se non mediante l’adozione di una Costituzione Europea democratica che, parafrasando il citato art.3 Cost. Italiana, preveda per le istituzioni europee il dovere di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini europei, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale dell’Unione”.
    Per fare questo è necessario che l’attuale U.E. si trasformi in uno stato democratico, necessariamente federale, dotato, appunto, di una costituzione scritta che comprenda anche i diritti sociali dei cittadini europei, da rendere effettivi tramite un bilancio europeo, finanziato non esclusivamente da conferimenti degli Stati membri, ma prevalentemente da una autonoma fiscalità europea ispirata a principi solidaristici di equità e progressività, gestito da istituzioni non condizionate dagli interessi, spesso contrapposti e paralizzanti, degli Stati membri, ma elette direttamente dal popolo europeo (tra le quali vi sia anche una camera dove anche gli Stati membri siano rappresentati paritariamente, privi però di diritto di veto), che deliberino secondo il principio di maggioranza. Uno stato sociale che sia reso effettivo anche da una politica economica e monetaria europea (con una BCE che sia autonoma e indipendente non solo dalle istituzioni politiche europee, ma anche dalle banche centrali e dalle politiche degli Stati membri) e da un politica fiscale comune. Uno stato sociale che sia fondato su diritti che abbiano tutela anche da parte di una magistratura europea.
    La costruzione di uno stato sociale europeo, quindi, non può che non passare per la costruzione degli Stati Uniti di Europa, da realizzarsi non mediante la riforma degli attuali tratti (irriformabili, se non con il consenso di tutti gli attuali Stati membri, ciascuno di essi titolare, però, di un paralizzante diritto di veto), ma mediante nuovi trattati che si aggiungano a quelli esistenti: un’Europa a “due velocità”, una formata da Stati che si vogliono unire in un più stretto vincolo federale, l’altra formata da quegli Stati che vogliono rimanere nell’attuale Confederazione (questa è la natura dell’attuale U.E.), insomma due Europe che convivano sotto un’unica cornice, così come oggi convivono gli Stati europei che hanno adottato gli accordi di Shengen e l’Euro con quelli che non hanno adottato queste forme di maggior integrazione.
    Nessuna forza politica nazionale, da sola, è in grado di avvicinarsi a questi obiettivi. Il compito delle forze politiche nazionali, per i proprio ambito di operatività territoriale, può solo essere quello di rivendicare questa idea in modo chiaro e farla diventare democraticamente maggioritaria nell’elettorato. L’idea della necessità di un sistema di welfare europeo, garantito da una costituzione europea, potrà realisticamente affermarsi solo se sarà condivisa, quantomeno, da una rete europea di partiti della Sinistra che, per raggiungere tale scopo, si strutturino in un unico partito di Sinistra europeo, superando le attuali forme aggregative dei gruppi parlamentari presenti nel parlamento europeo (PSE, GUE, VERDI), aggregazioni queste ultime utili, salvo divisioni al loro interno, solo per l’attività parlamentare, ma senza grande utilità politica per le popolazioni europee.
    L’impegno che dovrebbe assumersi LeU è quello di fare propri questi obiettivi, anche in vista delle prossime elezioni europee, per trasformarle nell’occasione utile a lanciare a livello continentale l’idea della necessità dello stato sociale europeo garantito dalla Costituzione dagli Sati Uniti d’Europa e per verificare sul campo quali forze politiche in Europa condividano l’esigenza della costruzione e costituzionalizzazione di uno stato sociale europeo e con esse fondare un patto politico-programmatico europeo sul quale fondare la rete costitutiva del partito europeo della Sinistra Federalista.

  • #636
    francomasini
    francomasini
    Partecipante

    “Si però rimane il fatto incontestabile che i nostri giovani vedono già la loro Patria Europea come un dato di fatto, sono stanchi delle nostre lungaggini burocratiche, del nostro vecchiume politico ()politichese) e della quali totale mancanza di attenzioni verso chi deve lavorare, creare una famiglia fare figli. L’Europa fra le altre sue caratteristiche ha anche quella di possedere diverse culture che possono dare risposte concrete ma anche ideali di diverso tipo a chiunque le chieda….questo é quanto si richiede all’Europa ossia accoglienza e scambio culturale ovvero tolleranza poi che si diventi tutti quanti europei non deve significare che tutti si debba mangiare lo stesso cibo e bene la stessa bevanda ma fornire nuovi orizzonti a chi li richiede…”

  • #669
    MuiaFrancesco69
    MuiaFrancesco69
    Partecipante

    Una breve intervista a Barbara Spinelli del gruppo GuE/NgL al Parlamento Europeo: …….. Aspira a lavorare nella commissione Costituzionale, che cosa vuole cambiare?
    R. Penso che il trattato di Lisbona vada praticamente riscritto perché consacra soprattutto i rapporti di forza tra gli Stati.
    D. Ha un modello in mente?
    R. Come è successo per gli Stati Uniti dobbiamo avere una costituzione che sia fatta dai cittadini non dai governi degli stati membri dell’Unione.
    D. Una vera federazione?
    R. Sì, in cui i cittadini eleggano davvero il capo del governo ovvero il presidente della Commissione. E non come è successo in queste ultime elezioni.
    D. Che cosa non le è piaciuto?
    R. Ci si è esercitati per la prima volta a fare delle candidature ed è stato interessante, ma il Trattato dice chiaramente che la presidenza della Commissione appartiene, come proposta iniziale, agli Stati.
    D. Quindi vorrebbe togliere questa parte?
    R. Vorrei riconvocare una convenzione di parlamentari europei nazionali per democratizzare la Costituzione europea e dare molto più spazio ai cittadini prima che sia troppo tardi.
    D. Suo padre aveva scritto il manifesto di Ventotene contro una guerra che divideva l’Europa. Oggi che cosa rischia di spaccare l’Ue?
    R. La guerra economica: questa crisi ha separato profondamente gli Stati gli uni dagli altri, ha creato un enorme fossato tra Nord e Sud e ha risvegliato diffidenze profondissime, in particolare verso la Germania.
    D. Che cosa la preoccupa di più?
    R. Che la Germania sia vista in molte Nazioni come un nemico di vecchia data. È come se questo Paese fosse costretto o fosse portato a ripetere le egemonie che ha esercitato in passato.
    D. Una volontà di potenza?
    R. La cosa impressionate è che si ripetono gli errori precedenti all’ascesa di Hitler, come la politica recessiva insopportabile per i tedeschi e per grande parte degli europei dopo la Grande crisi. Questo ha buttato un intero popolo nelle mani del Führer.
    D. Teme la ciclicità della storia?
    R. Purtroppo si sta ripetendo la stessa politica tra la Prima e la Seconda Guerra mondiale e si dimentica invece la saggezza che c’è stata dopo l’ultimo conflitto.
    D. Quale?
    R. Quella di imparare la lezione: nel 1953 fu indetta una Conferenza in cui gran parte dei debiti tedeschi furono condonati. E quella parte non condonata che dovevano dare ai Paesi che avevano occupato, era legata alla ripresa economica della Germania.
    D. Quello che si potrebbe fare adesso con i Paesi europei in difficoltà?
    R. Sì, sarebbe una questione di giustizia storica e sociale. Ricordiamoci che alla Conferenza del debito abbiamo contribuito noi italiani che stavamo messi malissimo e i greci che vivevano in un Paese occupato dai nazisti.
    D. Il semestre italiano è l’occasione per dare un’altra volta l’esempio?
    R. Sono fiduciosa, anche se leggendo i vari documenti che il governo sta preparando e il discorso di Matteo Renzi fatto alla Camera il 24 giugno, vedo un divario potenziale tra una retorica molto europeistica e i fatti.
    D. Cioè?
    R. Le parole vanno tutte nella direzione: «Ci vuole un cambiamento radicale, una svolta, bisogna cambiare verso perché altrimenti l’Europa muore». Però poi quando si guardano le politiche concrete, non ci sono rotture di continuità rispetto al passato.
    D. Più che la rottamazione bisognerebbe fare la rivoluzione?
    R. La rivoluzione non ha più niente a che fare con la sinistra. E intendo la rivoluzione buona, quella che permette di cambiare radicalmente le cose. Di riprendere in mano la bandiera dell’uguaglianza, l’unica caratteristica che secondo Norberto Bobbio divideva davvero la sinistra e la destra. Io quella sinistra non la vedo più, non è certo quella che sta al governo.
    D. Il suo collega eurodeputato Curzio Maltese dice, però, che bisognava dialogare con il Pd, lei ci sta provando?
    R. Con i social democratici un dialogo è possibile, così come con i Verdi, con i Liberali. Ma quando parlo dei socialisti intendo quelli che sono capaci di mettere in discussione questa eterna grande coalizione che regna nel parlamento europeo ormai da anni e che li lega ai popolari.
    D. Non le piace la Große Koalition?
    R. No, perché è esattamente la stessa coalizione che ha approvato tutte le politiche di austerità a cominciare dal 2007-08 quando la crisi è cominciata.
    D. I socialisti hanno perso la propria anima?
    R. Sì, sono diventati quasi come una seconda destra.
    D. Per questo auspica a una Syriza italiana: un partito radicale non identitario, alternativo al Pd?
    R. Spero che qualcosa del genere nasca davvero, farebbe bene anche al Pd perché sono tante le forze dentro il partito che sono scontente di questo appiattimento.
    D. Per esempio?
    R. Molti sono profondamente scontenti di perdere un’identità alternativa socialmente, penso per esempio al gruppo di Civati. Ma anche a Fabrizio Barca, anche se non so quali siano ora i suoi programmi futuri, nessuno sa più che cosa vuole fare.
    D. Barca si è imbarcato senza approdare da nessuna parte, verrebbe da dire.
    R. Però le volte in cui l’ho sentito parlare nel suo giro d’Italia diceva cose interessanti molto in sintonia con Civati, che ha votato alle primarie. Gli darei la parola molto più spesso.
    D. Con Renzi one man show è difficile…
    R. Sì, ma non cadiamo di nuovo negli errori del passato. Di one man show ne abbiamo già avuto uno per 20 anni.
    D. Meglio Beppe Grillo?
    R. Oddio, Grillo ha scelto di stare in un gruppo talmente xenofobo e chiuso (l’Efdd di Nigel Farage, ndr) che, nel parlamento europeo, a meno che non ci siano defezioni di deputati del M5s, sarà molto difficile parlare con lui.
    D. Le fa paura Renzi?
    R. No, ma non mi piace il divario totale tra le parole e le azioni: dire ‘riporto il lavoro ai giovani’ e poi condannarli a un precariato che è ancora più pesante di quello che avevamo prima. Un pochino di congruenza sarebbe gradita. E poi nel partito lo trovo anche molto autoritario, ho l’impressione che non ascolti davvero il dissenso. Che abbia molta fretta.
    D. La cosiddetta fretta dei giovani?
    R. No, aveva fretta anche Berlusconi. Tutto questo correre, questo dare subito i risultati, 80 euro, facciamo qui, buttiamo giù il Senato, più che una voglia giovanilistica di fare le cose rapidamente, mi pare una cifra molto berlusconiana.
    D. Teme di vedere messa in scena una fiction sul passato?
    R. Speriamo che non sia una fiction, che non sia solo retorica, ma anche realtà. Il semestre non è ancora cominciato, vediamo che succede.

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