LA COSTRUZIONE DEL WELFARE EUROPEO E’ LA SFIDA PER LA SINISTRA DEL XXI SECOLO

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    Guido.Pasquetti
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    LA COSTRUZIONE DELLO STATO SOCIALE EUROPEO E’ LA SFIDA PER LA SINISTRA DEL XXI SECOLO.
    Liberi e Uguali, nella sua fase costituente, deve elaborare quelli che sono i propri principi fondativi tra i quali, ineludibili, sono quello della Giustizia Sociale e il tema dell’Europa che, a ben vedere, sono strettamente collegati.
    Il tema della Giustizia Sociale deve essere nel DNA di un partito di sinistra e in particolare di chi, come noi, ha deciso di chiamarsi “Liberi e Uguali”, perché, per citare il compagno Sandro Petrini, “La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame”.
    Proprio per tale ultimo motivo, molte delle Costituzioni democratiche europee nate nel secondo dopo guerra, compresa quella italiana, hanno riconosciuto, a fianco dei diritti e delle libertà individuali, anche i diritti sociali ispirati al principio di uguaglianza solidaristica secondo cui a tutti debbano essere assicurate uguali condizioni di partenza, principio che si esplica (per fare qualche esempio) nel diritto al lavoro, alla pensione, alla previdenza contro gli infortuni sul lavoro e all’assistenza sociale contro la povertà, nel diritto all’organizzazione sindacale e partitica, nel diritto allo studio nella scuola pubblica, nel diritto alla salute accessibile a tutti grazie ad un sistema sanitario pubblico, nel diritto all’ambiente, nel diritto alla cultura, nel diritto alla libertà religiosa in un contesto di laicità dello Stato, nonché, in economia, nel diritto alla proprietà, che può essere sia pubblica che privata, purché quest’ultima abbia, per legge, una funzione sociale.
    Il principio della Giustizia Sociale è stato inserito nella Costituzione italiana all’Art.3 Cost. che assegna alla Repubblica (in tutte le sue articolazioni territoriali) come preciso compito quello di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
    Riconoscere ciò nelle Carte Costituzionali fu, per le democrazie europee, una rivoluzione politica, sociale e culturale che si contrappose al previgente modello liberale e liberista responsabile delle due guerre mondiali del secolo scorso.
    L’altra rivoluzione politica, sociale e culturale del dopoguerra fu la sottoscrizione dei Trattati di Roma del 1952, con i quali si fondarono le prime Istituzioni comuni europee per promuovere nel continente pace, democrazia e sviluppo economico.
    Tuttavia, oggi, la crisi economica e sociale della Grecia (per citare solo il caso più drammatico), la Brexit, il movimento dei gilet gialli in Francia, assieme all’incapacità di gestire a livello europeo il fenomeno delle migrazioni per i rigurgiti di ideologie razziste e xenofobe proprie della destra fascista e contrarie ad ogni idea solidaristica, i tentativi in Polonia e in Ungheria di limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e della stampa, le posizioni sovraniste dei Paesi dell’Est Europa (il così detto gruppo di Visegrad a cui si sta unendo anche l’Italia con l’attuale governo che propugna lo slogan sciovinista “prima gli italiani”), rendono evidente che il sistema di protezione sociale (o welfare) che gli stati democratici europei hanno costruito nel secondo dopoguerra è in crisi, così come è in crisi l’idea di una Europa fondata sugli attuali trattati che, per dirla con una battuta, la rendono immobile e arroccata sulla difesa di uno status quo privo di prospettive per il futuro dei popoli europei.
    Le due crisi sono, infatti, i due lati della medesima moneta: da un lato vi è l’insufficienza dell’Unione Europea sia sotto il profilo democratico (la U.E. non ha una Costituzione democratica che riconosca la Sovranità popolare come unica fonte di legittimazione dei processi decisionali, oggi affidati in parte prevalente ad Istituzioni non elette direttamente dal popolo europeo, come la Commissione e il Consiglio), sia per l’assenza di politiche sociali, poiché di fatto l’Unione si occupa prevalentemente di economia, finanza e moneta, ma, pur essendo l’area con il secondo PIL del mondo (18.495.349 $US) dopo gli USA (19,390,600 $US), lascia di fatto le politiche di protezione sociale ai sistemi di welfare nazionali, finanziati tramite la fiscalità dei singoli Stati membri.
    Dall’altro lato, questa soluzione produce disuguaglianza sociale nella popolazione europea che è benzina sul fuoco distruttivo dell’ideologia sovranista che divampa più forte proprio nelle fasce meno abbienti della popolazione europea ed è dilagante negli Stati più poveri dell’Europa dell’Est.
    Gli Stati con economie più deboli sono, infatti, quelli che non hanno i mezzi per mantenere gli standards europei di protezione sociale e devono arrendersi alle logiche predatorie del mercato, mentre quelli che adottano politiche neo-liberiste sono quelli che non si preoccupano di tali standards, confidando che lo stato sociale sia finanziato dagli effetti benefici del mercato che, però, come ci dicono i dati EUROSTAT sulla distribuzione della ricchezza anche in Europa, vanno sempre a favore di esigue minoranze le quali, con l’espediente della flax tax, vogliono anche pagare meno tasse.
    In conclusione, un partito di Sinistra, deve acquisire la consapevolezza che la dimensione nazionale non è più sufficiente a garantire i diritti sociali e che il sistema di protezione sociale, cioè il welfare, deve assumere una dimensione europea.
    La costruzione e costituzionalizzazione dello “stato sociale” fu il grande obiettivo per cui lottarono le Sinistre europee durante tutto il novecento, obiettivo che riuscirono a realizzare a livello nazionale e assieme ad altre forze politiche, dopo la caduta dei regimi nazi-fascisti. L’obiettivo della Sinistra del XXI secolo deve essere quello di trasformare lo “stato sociale” da sistema costituzionalizzato a livello nazionale, a sistema costituzionalizzato a livello europeo.
    La storia del ‘900, infatti, ci insegna che la realizzazione di un sistema di welfare passa solo per il suo riconoscimento nelle Carte Costituzionali. Anche a livello europeo esso non potrà essere garantito se non mediante l’adozione di una Costituzione Europea democratica che, parafrasando il citato art.3 Cost. Italiana, preveda per le istituzioni europee il dovere di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini europei, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale dell’Unione”.
    Per fare questo è necessario che l’attuale U.E. si trasformi in uno stato democratico, necessariamente federale, dotato, appunto, di una costituzione scritta che comprenda anche i diritti sociali dei cittadini europei, da rendere effettivi tramite un bilancio europeo, finanziato non esclusivamente da conferimenti degli Stati membri, ma prevalentemente da una autonoma fiscalità europea ispirata a principi solidaristici di equità e progressività, gestito da istituzioni non condizionate dagli interessi, spesso contrapposti e paralizzanti, degli Stati membri, ma elette direttamente dal popolo europeo (tra le quali vi sia anche una camera dove anche gli Stati membri siano rappresentati paritariamente, privi però di diritto di veto), che deliberino secondo il principio di maggioranza. Uno stato sociale che sia reso effettivo anche da una politica economica e monetaria europea (con una BCE che sia autonoma e indipendente non solo dalle istituzioni politiche europee, ma anche dalle banche centrali e dalle politiche degli Stati membri) e da un politica fiscale comune. Uno stato sociale che sia fondato su diritti che abbiano tutela anche da parte di una magistratura europea.
    La costruzione di uno stato sociale europeo, quindi, non può che non passare per la costruzione degli Stati Uniti di Europa, da realizzarsi non mediante la riforma degli attuali tratti (irriformabili, se non con il consenso di tutti gli attuali Stati membri, ciascuno di essi titolare, però, di un paralizzante diritto di veto), ma mediante nuovi trattati che si aggiungano a quelli esistenti: un’Europa a “due velocità”, una formata da Stati che si vogliono unire in un più stretto vincolo federale, l’altra formata da quegli Stati che vogliono rimanere nell’attuale Confederazione (questa è la natura dell’attuale U.E.), insomma due Europe che convivano sotto un’unica cornice, così come oggi convivono gli Stati europei che hanno adottato gli accordi di Shengen e l’Euro con quelli che non hanno adottato queste forme di maggior integrazione.
    Nessuna forza politica nazionale, da sola, è in grado di avvicinarsi a questi obiettivi. Il compito delle forze politiche nazionali, per i proprio ambito di operatività territoriale, può solo essere quello di rivendicare questa idea in modo chiaro e farla diventare democraticamente maggioritaria nell’elettorato. L’idea della necessità di un sistema di welfare europeo, garantito da una costituzione europea, potrà realisticamente affermarsi solo se sarà condivisa, quantomeno, da una rete europea di partiti della Sinistra che, per raggiungere tale scopo, si strutturino in un unico partito di Sinistra europeo, superando le attuali forme aggregative dei gruppi parlamentari presenti nel parlamento europeo (PSE, GUE, VERDI), aggregazioni queste ultime utili, salvo divisioni al loro interno, solo per l’attività parlamentare, ma senza grande utilità politica per le popolazioni europee.
    L’impegno che dovrebbe assumersi LeU è quello di fare propri questi obiettivi, anche in vista delle prossime elezioni europee, per trasformarle nell’occasione utile a lanciare a livello continentale l’idea della necessità dello stato sociale europeo garantito dalla Costituzione dagli Sati Uniti d’Europa e per verificare sul campo quali forze politiche in Europa condividano l’esigenza della costruzione e costituzionalizzazione di uno stato sociale europeo e con esse fondare un patto politico-programmatico europeo sul quale fondare la rete costitutiva del partito europeo della Sinistra Federalista.

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