NOI, LA SINISTRA: economia, comunità, territorio

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Questo argomento contiene 3 risposte, ha 2 partecipanti, ed è stato aggiornato da francomasini francomasini 8 mesi, 1 settimana fa.

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    rpanzironi
    rpanzironi
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    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: center;” align=”center”><b style=”mso-bidi-font-weight: normal;”><i style=”mso-bidi-font-style: normal;”><span style=”font-size: 14.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>NOI, LA SINISTRA: economia, comunità, territorio</span></i></b></p>
    <p class=”MsoNormal”><b style=”mso-bidi-font-weight: normal;”><i style=”mso-bidi-font-style: normal;”><span style=”font-size: 14.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”> </span></i></b></p>
    <p class=”MsoPlainText”><b style=”mso-bidi-font-weight: normal;”><span style=”font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana; color: red;”>La riflessione di alcuni compagni del pinerolese per un percorso comune verso la Costituente della Sinistra.</span></b><b style=”mso-bidi-font-weight: normal;”></b></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><b><span style=”mso-bidi-font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>IL LAVORO, GRANDE MALATO</span></b></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Il lavoro non è ancora morto, come annunciava Jeremy Rifkin nel 1995 col suo saggio “La fine del lavoro, …”, ma non è nemmeno in buona salute, nonostante la fiducia che, in anni più recenti, lo stesso Rifkin e altri economisti progressisti hanno riposto nell’economia “verde”.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>In Italia, e in altri Paesi occidentali, la sinistra ha perso gran parte della sua credibilità presso le classi lavoratrici per gravi errori di valutazione e di comunicazione riguardo al lavoro.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Partiti e sindacati conoscevano bene la fabbrica e il proletariato industriale, ma con i grandi mutamenti innescati dall’automazione e dall’informatizzazione, i loro solidi riferimenti andarono in crisi.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”> </span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Già negli anni ’70 gli economisti sedicenti di sinistra criticavano il commercio al dettaglio, allora prevalente, propugnando la crescita delle grandi catene distributive, che avrebbero contribuito ad abbassare i prezzi e a creare condizioni di lavoro più stabili. Dicevano che nel negozio di quartiere, così come nella piccola impresa familiare, si praticava una forma di “autosfruttamento” facendo lavorare anche i figli giovani e le nonne, senza una vera retribuzione. Negli anni, dopo aver danneggiato il tessuto commerciale diffuso sul territorio, si è passati ai centri commerciali, dove si pratica regolarmente l’ipersfruttamento: salari bassi, contratti capestro, orari impossibili senza alcuna programmazione, eliminazione dei giorni di chiusura.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”> </span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Fino ai primi anni del duemila, i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori erano considerati privilegiati ed evasori cronici: in sostanza, nemici della società.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Quando le fabbriche e poi gli uffici iniziarono a svuotarsi, un gran numero di lavoratori estromessi cercò di inventarsi un lavoro indipendente, perdendo così ogni contatto con una sinistra che non seppe accompagnarlo nella sua nuova realtà fatta di difficili investimenti, assunzione di rischi, domanda altalenante, burocrazia soffocante, pagamenti ritardati.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Il lavoro autonomo si inserì anche nelle fabbriche, quando interi reparti automatizzati ridussero al minimo gli operai assunti e richiesero la presenza di tecnici manutentori esterni, con partita IVA o organizzati in piccole ditte appaltatrici.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Questa massa di microimprese si trovò ad affrontare problemi del tutto nuovi, senza alcun sostegno. Come ottenere credito per gli investimenti, senza cadere nelle mani degli usurai? Come muoversi nella giungla burocratica e normativa? Come determinare prezzi idonei a sostenere la concorrenza, ma anche a garantire un reddito sufficiente?</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>A questo proposito, un semplice esempio può risultare illuminante.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>In Italia il costo aziendale di un dipendente è, per un’impresa in regola, circa 2,4 volte lo stipendio netto in busta, ed è dovuto a: imposte sul reddito, costi previdenziali, tredicesima, ferie pagate, TFR, costi amministrativi. <span style=”color: red;”>(dato da controllare e aggiornare)</span></span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Un lavoratore autonomo, per ricavare un reddito paragonabile, dovrebbe calcolare tutte queste voci, a cui deve provvedere personalmente, e aggiungere una consistente componente di rischio (malattie, calo della domanda, mancati incassi), insita in ogni attività imprenditoriale, soprattutto se individuale. In sostanza, per guadagnare mille euro, dovrebbe incassarne circa tremila, al netto di tutte le spese. Ma quanti entrano nel mercato con questa consapevolezza? Chi compie il grave errore di considerare spendibile quasi tutto il proprio incasso si trova presto nei guai, ed è fortemente indotto all’evasione fiscale e al lavoro nero.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”> </span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Sindacati e partiti di sinistra erano decisamente impegnati a difendere, oltre ai redditi, le condizioni di lavoro degli operai, la cui produttività era costantemente controllata e spesso spinta oltre i limiti accettabili, arrivando a forme più o meno mascherate di lavoro a cottimo. Quando la base del comparto industriale incominciò a ridursi drasticamente, l’attenzione della sinistra si spostò verso i dipendenti pubblici (per lo più insegnanti e impiegati) riversando su di loro criteri di tutela incondizionata, anche per ottenere consenso. Ciò finì per dar spazio a soggetti che utilizzarono le coperture sindacali per il proprio tornaconto personale con grave danno per la qualità dei servizi e per l’immagine del settore pubblico. </span><b></b></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>In Italia non si concretizzò alcuna tendenza alla partecipazione, da parte delle organizzazioni dei lavoratori, alla cogestione e comproprietà delle imprese, su imitazione del “modello renano”. Anzi, come già accennato, si procedette allo smantellamento delle cooperative, oggi ridotte al misero ruolo di fornitrici di lavoro dequalificato a buon mercato.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”> </span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Il modello taylorista – fordista – keynesiano, che garantiva una certa partecipazione alla distribuzione della ricchezza anche da parte delle classi subalterne, al fine di ampliare il mercato e sostenere il lavoro, ha subito profonde trasformazioni a partire dagli anni settanta. <i>Le degenerazioni che hanno permesso l’attuale forma di “turbocapitalismo” o “biocapitalismo”, non sono state analizzate dalla sinistra con sufficiente prontezza e profondità. </i></span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>In combinazione con le politiche neoliberiste e l’improvvisa globalizzazione sono venute a mancare le tradizionali protezioni ai sistemi economici nazionali e, in particolare, quelle al mercato del lavoro. <i>A questo proposito la sinistra ha peccato di arroganza esaltando le potenzialità del nuovo ordine mondiale e minimizzando la grave perdita di contrattualità da parte dei nostri lavoratori, insieme alla difficoltà, per le nostre imprese medie e piccole, di restare sul mercato.</i></span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Naturalmente l’uscita di intere popolazioni e Paesi dal sottosviluppo, con l’industrializzazione e l’accesso alle tecnologie disponibili, non può e non deve essere contrastata. Ma l’estrema velocità con cui si sono diffusi questi fenomeni li ha sottratti al governo da parte della politica, consegnandoli nelle mani della speculazione nazionale e internazionale.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><i><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>È mancata del tutto una presa di posizione da parte della sinistra su macroscopiche situazioni di squilibrio concorrenziale, che hanno messo in ginocchio interi settori della nostra economia.</span></i><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”> È forse giusto subire la concorrenza di Paesi nei quali si pratica sistematicamente l’ipersfruttamento, con salari al limite della sopravvivenza, condizioni di lavoro disumane, nessuna tutela sindacale, assenza di un qualunque sistema previdenziale? Accettare questo mercato senza regole va almeno nell’interesse di quelle popolazioni povere, o favorisce soltanto l’accumulazione sfrenata e la tendenza verso regimi violenti e dittatoriali? Perché non si può condizionare l’abbattimento delle barriere commerciali a un, almeno progressivo, adeguamento alle regole democratiche e di accesso diffuso al soddisfacimento dei bisogni fondamentali?</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”> </span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>I flussi migratori verso i Paesi ricchi hanno reso ancora più drammatica la contrapposizione tra chi aspirava a migliori condizioni di vita e chi, legittimamente, vedeva diminuire la propria capacità contrattuale, soprattutto nei settori di lavoro a bassa qualificazione. <i>La negazione del problema, con un misto di moralismo e di arroganza, da parte di esponenti della pseudosinistra è stato una delle più evidenti cause dei successo delle promesse populistiche che hanno condizionato i risultati elettorali degli anni recenti.</i></span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><i><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”> </span></i></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Proseguendo lo schematico elenco delle contraddizioni che gravano sulla risorsa lavoro va ricordato come in Italia, con inspiegabile alternanza, si è esaltata la necessità di maggiore qualificazione, livello di istruzione e formazione continua, per poi dichiarare che ci sono maggiori possibilità di collocazione per un buon artigiano o tecnico specializzato, piuttosto che per un laureato con lode.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Si sostiene la necessità dell’allungamento dell’età lavorativa, con relativa congelazione dei posti di lavoro, per poi riconoscere che uno dei maggiori problemi contemporanei è costituito dalla difficoltà per i giovani di conquistare una decorosa occupazione.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>La difficoltà di mantenere il nostro sistema pensionistico è dovuta non tanto all’aumento delle aspettative di vita, quanto all’impossibilità per i giovani di conseguire redditi adeguati, con relativi versamenti di imposte e contributi previdenziali.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”> </span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Pur richiedendo approfondimenti che esulano dai limiti di questo documento, risulta evidente la necessità di una vera e propria rivoluzione del lavoro e del modo di concepirlo, sia come diritto – dovere di ogni cittadino, sia come risorsa fondamentale dell’economia e della società.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Se è ovvio e indispensabile che all’impegno lavorativo di un individuo corrisponda un’equa remunerazione, va anche sottolineato che ciascuno, lavorando, definisce il proprio ruolo nell’ambito sociale e il modo in cui partecipa a soddisfare i bisogni suoi e dei propri simili.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Chiunque abbia vissuto svariate esperienze di lavoro sa bene quale grande differenza passa tra svolgere un certo compito con l’attitudine a risolvere i problemi e conseguire i risultati desiderati, o viceversa limitarsi a eseguire i compiti con la minima diligenza indispensabile, facendosi scudo di ogni difficoltà.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>La cultura del lavoro ben fatto, della responsabilità e del “problem solving” dovrebbe permeare ogni settore di attività e più che mai quello pubblico.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Non si può lasciare alla destra e ai qualunquisti la pericolosa arma propagandistica dei servizi pubblici che non funzionano, della burocrazia elefantiaca e opprimente, dei privilegi e della corruzione strisciante. </span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Il fatto di essere al servizio dei cittadini (e del singolo cittadino in quanto tale) dovrebbe essere il primo criterio di condotta di ogni dipendente pubblico, una regola sempre più rigida quanto più si sale verso ruoli direttivi. <i>A questo proposito il compito dei sindacati e della sinistra in generale è di assoluta importanza.</i></span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Ma anche il settore privato non è estraneo a queste responsabilità: mentre è finalmente caduto il vecchio pregiudizio verso il “padrone cattivo”, il ruolo sociale dell’impresa deve essere pienamente ristabilito e sottoposto a regole per la comune utilità.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Il profitto rimane il parametro più diretto che conferma il successo di un’impresa privata, ma questa deve agire entro binari ben chiari, definiti dal potere politico e dagli orientamenti economici generali.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”> </span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Oggi è però necessario andare oltre, a fronte della drastica diminuzione dei posti di lavoro, dovuta all’automazione e all’informatizzazione. Bisogna concepire il lavoro come un diritto – dovere garantito dallo Stato, per far fronte a una serie di bisogni fondamentali, ma che sfuggono alle richieste e ai meccanismi del mercato.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>La relazione risorse – bisogni, asse portante dell’economia, va attualizzata. In un contesto generale in cui le risorse naturali incominciano a scarseggiare, la risorsa lavoro non può essere sprecata. Anche i bisogni vanno reinterpretati, dando loro un ordine di priorità dinamico, ma soprattutto sottraendone la determinazione agli interessi di un mercato sempre espansivo, nella logica di una crescita quantitativa considerata indispensabile.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Il fatto di mantenere la crescita del prodotto interno lordo, PIL, come principale indice del buono stato di salute dell’economia di un Paese, è una stortura già ampiamente criticata</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>non solo da economisti progressisti, ma anche da importanti organizzazioni internazionali. Ciò nonostante sentiamo ogni giorno ripetere questo mantra dai media più diffusi e da politici di ogni schieramento.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”> </span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Invece di “reddito di cittadinanza” (impostazione che si presta a svariati equivoci), sarebbe opportuno parlare di “<b>lavoro di cittadinanza</b>”, una garanzia che ovviamente comporta anche l’erogazione di un reddito equo.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Pensando all’interesse comune e con lo sguardo al futuro prossimo, le necessità di lavoro sono enormi: un territorio da riqualificare e valorizzare, livelli di istruzione e cultura da elevare e diffondere, risorse esaurite o rapidamente esauribili da sostituire, ricerca e innovazione da orientare ai veri bisogni, amministrazione e sistema giudiziario da riformare, legislazione da semplificare, ….</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Il lavoro di cittadinanza dovrebbe riguardare in primo luogo i giovani, per garantire l’accesso al mercato del lavoro in condizioni accettabili e per contrastare le più diffuse forme di sfruttamento: contratti capestro, stage infiniti, precarietà in ogni settore, anche pubblico.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Potrebbe inoltre contribuire a rendere più sostenibile il deficit del sistema pensionistico, proponendo a chi raggiunge l’età pensionabile una vasta opportunità di lavori a tempo parziale, di utilità sociale.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>L’importante tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario va affrontato con decisione, in collegamento con una seria analisi della produttività e dell’impatto del costo del lavoro sui prezzi finali. Il rapporto tra orari ridotti e tassi di occupazione più elevati, l’impatto positivo sull’esistenza individuale e sociale delle persone, possono essere frontiera di una mobilitazione. </span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana; color: green;”> </span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>La crisi del lavoro che tocchiamo con mano nel nostro Paese, ampliata da tutti i difetti e fattori di crisi che ben conosciamo, è evidente anche dove l’andamento economico appare positivo: persino in Germania, grandi aziende di livello mondiale e in piena crescita sfoltiscono il personale e bloccano le nuove assunzioni, perché il lavoro umano è sempre meno necessario al capitalismo finanziario. <b></b></span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Dunque la dimensione economico – culturale della trasformazione necessaria va affrontata non solo in sede nazionale, ma soprattutto in Europa per far evolvere in concrete azioni politiche quelli che sono trattati come bei sogni procrastinabili. </span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”>Il servizio civile europeo per i giovani e un grande piano di interventi a sostegno dei Paesi, soprattutto africani, da cui partono i maggiori flussi migratori, sono soltanto due esempi di ciò che va fatto con urgenza, nell’interesse della convivenza solidale e di un futuro meno minaccioso.</span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”> </span></p>
    <p class=”MsoNormal” style=”text-align: justify;”><span style=”font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-bidi-font-family: Verdana;”> </span></p>
    <span style=”font-size: 12.0pt; mso-bidi-font-size: 10.0pt; font-family: ‘Verdana’,sans-serif; mso-fareast-font-family: ‘MS Mincho’; mso-bidi-font-family: Verdana; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: ZH-CN; mso-bidi-language: AR-SA;”> </span>

  • #593
    rpanzironi
    rpanzironi
    Partecipante

    mi dispiace non so cosa sia successo.Quando ho fatto il copia incolla era perfetto,dopo l’invio si è stampato così e non riesco a cancellarlo.E’ un word,potete  dirmi come fare a cancellarlo e se non prende i copia incolla? Grazie

  • #603
    rpanzironi
    rpanzironi
    Partecipante

    La riflessione di alcuni compagni del pinerolese per un percorso comune verso la Costituente della Sinistra.

    IL LAVORO, GRANDE MALATO
    Il lavoro non è ancora morto, come annunciava Jeremy Rifkin nel 1995 col suo saggio “La fine del lavoro, …”, ma non è nemmeno in buona salute, nonostante la fiducia che, in anni più recenti, lo stesso Rifkin e altri economisti progressisti hanno riposto nell’economia “verde”.
    In Italia, e in altri Paesi occidentali, la sinistra ha perso gran parte della sua credibilità presso le classi lavoratrici per gravi errori di valutazione e di comunicazione riguardo al lavoro.
    Partiti e sindacati conoscevano bene la fabbrica e il proletariato industriale, ma con i grandi mutamenti innescati dall’automazione e dall’informatizzazione, i loro solidi riferimenti andarono in crisi.

    Già negli anni ’70 gli economisti sedicenti di sinistra criticavano il commercio al dettaglio, allora prevalente, propugnando la crescita delle grandi catene distributive, che avrebbero contribuito ad abbassare i prezzi e a creare condizioni di lavoro più stabili. Dicevano che nel negozio di quartiere, così come nella piccola impresa familiare, si praticava una forma di “autosfruttamento” facendo lavorare anche i figli giovani e le nonne, senza una vera retribuzione. Negli anni, dopo aver danneggiato il tessuto commerciale diffuso sul territorio, si è passati ai centri commerciali, dove si pratica regolarmente l’ipersfruttamento: salari bassi, contratti capestro, orari impossibili senza alcuna programmazione, eliminazione dei giorni di chiusura.

    Fino ai primi anni del duemila, i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori erano considerati privilegiati ed evasori cronici: in sostanza, nemici della società.
    Quando le fabbriche e poi gli uffici iniziarono a svuotarsi, un gran numero di lavoratori estromessi cercò di inventarsi un lavoro indipendente, perdendo così ogni contatto con una sinistra che non seppe accompagnarlo nella sua nuova realtà fatta di difficili investimenti, assunzione di rischi, domanda altalenante, burocrazia soffocante, pagamenti ritardati.
    Il lavoro autonomo si inserì anche nelle fabbriche, quando interi reparti automatizzati ridussero al minimo gli operai assunti e richiesero la presenza di tecnici manutentori esterni, con partita IVA o organizzati in piccole ditte appaltatrici.
    Questa massa di microimprese si trovò ad affrontare problemi del tutto nuovi, senza alcun sostegno. Come ottenere credito per gli investimenti, senza cadere nelle mani degli usurai? Come muoversi nella giungla burocratica e normativa? Come determinare prezzi idonei a sostenere la concorrenza, ma anche a garantire un reddito sufficiente?
    A questo proposito, un semplice esempio può risultare illuminante.
    In Italia il costo aziendale di un dipendente è, per un’impresa in regola, circa 2,4 volte lo stipendio netto in busta, ed è dovuto a: imposte sul reddito, costi previdenziali, tredicesima, ferie pagate, TFR, costi amministrativi. (dato da controllare e aggiornare)
    Un lavoratore autonomo, per ricavare un reddito paragonabile, dovrebbe calcolare tutte queste voci, a cui deve provvedere personalmente, e aggiungere una consistente componente di rischio (malattie, calo della domanda, mancati incassi), insita in ogni attività imprenditoriale, soprattutto se individuale. In sostanza, per guadagnare mille euro, dovrebbe incassarne circa tremila, al netto di tutte le spese. Ma quanti entrano nel mercato con questa consapevolezza? Chi compie il grave errore di considerare spendibile quasi tutto il proprio incasso si trova presto nei guai, ed è fortemente indotto all’evasione fiscale e al lavoro nero.

    Sindacati e partiti di sinistra erano decisamente impegnati a difendere, oltre ai redditi, le condizioni di lavoro degli operai, la cui produttività era costantemente controllata e spesso spinta oltre i limiti accettabili, arrivando a forme più o meno mascherate di lavoro a cottimo. Quando la base del comparto industriale incominciò a ridursi drasticamente, l’attenzione della sinistra si spostò verso i dipendenti pubblici (per lo più insegnanti e impiegati) riversando su di loro criteri di tutela incondizionata, anche per ottenere consenso. Ciò finì per dar spazio a soggetti che utilizzarono le coperture sindacali per il proprio tornaconto personale con grave danno per la qualità dei servizi e per l’immagine del settore pubblico.
    In Italia non si concretizzò alcuna tendenza alla partecipazione, da parte delle organizzazioni dei lavoratori, alla cogestione e comproprietà delle imprese, su imitazione del “modello renano”. Anzi, come già accennato, si procedette allo smantellamento delle cooperative, oggi ridotte al misero ruolo di fornitrici di lavoro dequalificato a buon mercato.

    Il modello taylorista – fordista – keynesiano, che garantiva una certa partecipazione alla distribuzione della ricchezza anche da parte delle classi subalterne, al fine di ampliare il mercato e sostenere il lavoro, ha subito profonde trasformazioni a partire dagli anni settanta. Le degenerazioni che hanno permesso l’attuale forma di “turbocapitalismo” o “biocapitalismo”, non sono state analizzate dalla sinistra con sufficiente prontezza e profondità.
    In combinazione con le politiche neoliberiste e l’improvvisa globalizzazione sono venute a mancare le tradizionali protezioni ai sistemi economici nazionali e, in particolare, quelle al mercato del lavoro. A questo proposito la sinistra ha peccato di arroganza esaltando le potenzialità del nuovo ordine mondiale e minimizzando la grave perdita di contrattualità da parte dei nostri lavoratori, insieme alla difficoltà, per le nostre imprese medie e piccole, di restare sul mercato.
    Naturalmente l’uscita di intere popolazioni e Paesi dal sottosviluppo, con l’industrializzazione e l’accesso alle tecnologie disponibili, non può e non deve essere contrastata. Ma l’estrema velocità con cui si sono diffusi questi fenomeni li ha sottratti al governo da parte della politica, consegnandoli nelle mani della speculazione nazionale e internazionale.
    È mancata del tutto una presa di posizione da parte della sinistra su macroscopiche situazioni di squilibrio concorrenziale, che hanno messo in ginocchio interi settori della nostra economia. È forse giusto subire la concorrenza di Paesi nei quali si pratica sistematicamente l’ipersfruttamento, con salari al limite della sopravvivenza, condizioni di lavoro disumane, nessuna tutela sindacale, assenza di un qualunque sistema previdenziale? Accettare questo mercato senza regole va almeno nell’interesse di quelle popolazioni povere, o favorisce soltanto l’accumulazione sfrenata e la tendenza verso regimi violenti e dittatoriali? Perché non si può condizionare l’abbattimento delle barriere commerciali a un, almeno progressivo, adeguamento alle regole democratiche e di accesso diffuso al soddisfacimento dei bisogni fondamentali?

    I flussi migratori verso i Paesi ricchi hanno reso ancora più drammatica la contrapposizione tra chi aspirava a migliori condizioni di vita e chi, legittimamente, vedeva diminuire la propria capacità contrattuale, soprattutto nei settori di lavoro a bassa qualificazione. La negazione del problema, con un misto di moralismo e di arroganza, da parte di esponenti della pseudosinistra è stato una delle più evidenti cause dei successo delle promesse populistiche che hanno condizionato i risultati elettorali degli anni recenti.

    Proseguendo lo schematico elenco delle contraddizioni che gravano sulla risorsa lavoro va ricordato come in Italia, con inspiegabile alternanza, si è esaltata la necessità di maggiore qualificazione, livello di istruzione e formazione continua, per poi dichiarare che ci sono maggiori possibilità di collocazione per un buon artigiano o tecnico specializzato, piuttosto che per un laureato con lode.
    Si sostiene la necessità dell’allungamento dell’età lavorativa, con relativa congelazione dei posti di lavoro, per poi riconoscere che uno dei maggiori problemi contemporanei è costituito dalla difficoltà per i giovani di conquistare una decorosa occupazione.
    La difficoltà di mantenere il nostro sistema pensionistico è dovuta non tanto all’aumento delle aspettative di vita, quanto all’impossibilità per i giovani di conseguire redditi adeguati, con relativi versamenti di imposte e contributi previdenziali.

    Pur richiedendo approfondimenti che esulano dai limiti di questo documento, risulta evidente la necessità di una vera e propria rivoluzione del lavoro e del modo di concepirlo, sia come diritto – dovere di ogni cittadino, sia come risorsa fondamentale dell’economia e della società.
    Se è ovvio e indispensabile che all’impegno lavorativo di un individuo corrisponda un’equa remunerazione, va anche sottolineato che ciascuno, lavorando, definisce il proprio ruolo nell’ambito sociale e il modo in cui partecipa a soddisfare i bisogni suoi e dei propri simili.
    Chiunque abbia vissuto svariate esperienze di lavoro sa bene quale grande differenza passa tra svolgere un certo compito con l’attitudine a risolvere i problemi e conseguire i risultati desiderati, o viceversa limitarsi a eseguire i compiti con la minima diligenza indispensabile, facendosi scudo di ogni difficoltà.
    La cultura del lavoro ben fatto, della responsabilità e del “problem solving” dovrebbe permeare ogni settore di attività e più che mai quello pubblico.
    Non si può lasciare alla destra e ai qualunquisti la pericolosa arma propagandistica dei servizi pubblici che non funzionano, della burocrazia elefantiaca e opprimente, dei privilegi e della corruzione strisciante.
    Il fatto di essere al servizio dei cittadini (e del singolo cittadino in quanto tale) dovrebbe essere il primo criterio di condotta di ogni dipendente pubblico, una regola sempre più rigida quanto più si sale verso ruoli direttivi. A questo proposito il compito dei sindacati e della sinistra in generale è di assoluta importanza.
    Ma anche il settore privato non è estraneo a queste responsabilità: mentre è finalmente caduto il vecchio pregiudizio verso il “padrone cattivo”, il ruolo sociale dell’impresa deve essere pienamente ristabilito e sottoposto a regole per la comune utilità.
    Il profitto rimane il parametro più diretto che conferma il successo di un’impresa privata, ma questa deve agire entro binari ben chiari, definiti dal potere politico e dagli orientamenti economici generali.

    Oggi è però necessario andare oltre, a fronte della drastica diminuzione dei posti di lavoro, dovuta all’automazione e all’informatizzazione. Bisogna concepire il lavoro come un diritto – dovere garantito dallo Stato, per far fronte a una serie di bisogni fondamentali, ma che sfuggono alle richieste e ai meccanismi del mercato.
    La relazione risorse – bisogni, asse portante dell’economia, va attualizzata. In un contesto generale in cui le risorse naturali incominciano a scarseggiare, la risorsa lavoro non può essere sprecata. Anche i bisogni vanno reinterpretati, dando loro un ordine di priorità dinamico, ma soprattutto sottraendone la determinazione agli interessi di un mercato sempre espansivo, nella logica di una crescita quantitativa considerata indispensabile.
    Il fatto di mantenere la crescita del prodotto interno lordo, PIL, come principale indice del buono stato di salute dell’economia di un Paese, è una stortura già ampiamente criticata
    non solo da economisti progressisti, ma anche da importanti organizzazioni internazionali. Ciò nonostante sentiamo ogni giorno ripetere questo mantra dai media più diffusi e da politici di ogni schieramento.

    Invece di “reddito di cittadinanza” (impostazione che si presta a svariati equivoci), sarebbe opportuno parlare di “lavoro di cittadinanza”, una garanzia che ovviamente comporta anche l’erogazione di un reddito equo.
    Pensando all’interesse comune e con lo sguardo al futuro prossimo, le necessità di lavoro sono enormi: un territorio da riqualificare e valorizzare, livelli di istruzione e cultura da elevare e diffondere, risorse esaurite o rapidamente esauribili da sostituire, ricerca e innovazione da orientare ai veri bisogni, amministrazione e sistema giudiziario da riformare, legislazione da semplificare, ….
    Il lavoro di cittadinanza dovrebbe riguardare in primo luogo i giovani, per garantire l’accesso al mercato del lavoro in condizioni accettabili e per contrastare le più diffuse forme di sfruttamento: contratti capestro, stage infiniti, precarietà in ogni settore, anche pubblico.
    Potrebbe inoltre contribuire a rendere più sostenibile il deficit del sistema pensionistico, proponendo a chi raggiunge l’età pensionabile una vasta opportunità di lavori a tempo parziale, di utilità sociale.
    L’importante tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario va affrontato con decisione, in collegamento con una seria analisi della produttività e dell’impatto del costo del lavoro sui prezzi finali. Il rapporto tra orari ridotti e tassi di occupazione più elevati, l’impatto positivo sull’esistenza individuale e sociale delle persone, possono essere frontiera di una mobilitazione.

    La crisi del lavoro che tocchiamo con mano nel nostro Paese, ampliata da tutti i difetti e fattori di crisi che ben conosciamo, è evidente anche dove l’andamento economico appare positivo: persino in Germania, grandi aziende di livello mondiale e in piena crescita sfoltiscono il personale e bloccano le nuove assunzioni, perché il lavoro umano è sempre meno necessario al capitalismo finanziario.
    Dunque la dimensione economico – culturale della trasformazione necessaria va affrontata non solo in sede nazionale, ma soprattutto in Europa per far evolvere in concrete azioni politiche quelli che sono trattati come bei sogni procrastinabili.
    Il servizio civile europeo per i giovani e un grande piano di interventi a sostegno dei Paesi, soprattutto africani, da cui partono i maggiori flussi migratori, sono soltanto due esempi di ciò che va fatto con urgenza, nell’interesse della convivenza solidale e di un futuro meno minaccioso.

  • #641
    francomasini
    francomasini
    Partecipante

    “Mi piacerebbe rispondere alla lettera di Rpanzironi che secondo me indulge e non poco in una sorta di autoriflessione sul lavoro che però, oltre a punti davvero concreti, si allarga un po’ troppo nel teoretico. Il lavoro questo sconosciuto oserei intitolare questa mia riflessione che cercherò di fare in modo breve e chiaro soprattutto perché nasce da una personale constatazione, quella cioè che se uno sa veramente bene fare una cosa e la fa ottiene dei risultati altrimenti rimane per tutta la vita un insoddisfatto può dare, se ben fatto, pochi soldi ma tante soddisfazioni. E questo vale per i giovani che devono pensare prima a “Dare” per poi “ricevere” e non il contrario. Ergo, cominciare a pensare a quello che ci piacerebbe fare e prepararsi per questo ma soprattutto contare, ossia fare assegnamento, sullo stato d’animo con il quale quel tipo di lavoro si affronta ossia se lo si fa con passione oppure solo per il salario e le ferie. Un lavoro fatto con passione infatti supera le difficoltà insiste in qualsiasi situazione e non viene mai meno, verrà riconosciuto da tutti e godrà di grande prestigio e remunerazione…”

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