un partito di sinistra nuovo oggi e' necessario e possibile.

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Questo argomento contiene 4 risposte, ha 3 partecipanti, ed è stato aggiornato da espa espa 3 mesi, 3 settimane fa.

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  • #610
    espa
    espa
    Partecipante

    quando dal “vertice” si inizio’ a progettare liberi e uguali, in molti di noi nacque la speranza di aver finalmente ritrovato casa, i mesi a venire negarono questo esito e i tre gruppi si sono scambiati reciproche accuse di responsabilita’ del fallimento. A quel tempo parteggiavo per mdp e come tutti i compagni che ne facevano pare, lanciavamo accuse a possibile e a sinistra italiana. se oggi dovessi dire dove stanno le responsabilita’ mi trovo d’accordo con coloro che sostenevano e sostengono che saremmo dovuti apparire nuovi e di rottura col passato, la compagine che abbiamo presentato era invece una sorta di continuismo col pd bersaniano. La mia stima nei confronti del compagno Bersani e’ immutata, e non puo’ essere diversamente per un compagno che ha dedicato la propria vita alla sinistra, devo dire pero’ che sul partito, oggi sta commettendo un grave errore, non solo per come ci siamo presentati alle elezioni politiche, ma oggi e’ diventato il principale avversario dell’unico progetto innovativo credibile, il progetto di pietro grasso e dei comitati di base di liberi e uguali…le sue recenti comparse televisive, dove ripete la tesi del campo diviso in tre tronconi (macroniani, estremisti/chaveziani, e sinistra popolare) lasciano intendere che da parte di mdp, l’idea di fare un partito di sinistra aggregando le pluralita’ esistenti, e’ stata abbandonata e chissa’ se e’ mai stata perseguita, quando invece la sola strada nuova da perseguire con tutte le forze oggi, e’ quella di un azzeramento del campo e con tolleranza cercare di mettere insieme tuti coloro che armati di buona volonta’ vogliono costruire qualcosa di nuovo. In questo contesto si inserisce il progetto ispirato da Pietro Grasso che preso atto della FRATTURA SENTIMENTALE intervenuta nell’elettorato di sinistra e le forze che fino a oggi l’hanno rappresentata, propone una RIPARTENZA DALLA BASE…questa idea a mio avviso potrebbe avere la stessa forza che in negativo ebbe la proposta del m5s, a sinistra la politica si vive non si subisce, a sinistra la passione politica e’ vissuta da sempre come impegno e non di rado di fronte ad interrogativi a cui non sappiamo rispondere ricorriamo alla lettura e allo studio…questo significa che la sinistra e’ ricca di potenziali dirigenti politici che fin’ora si sono sentiti sacrificati se non umiliati da iniziative politiche non apprezzate e ritenute largamente errate…e’ il momento quindi di dare voce a questa sinistra e costruire insieme un disegno politico grande. non saranno le nostre piccole discussioni social a dare la risposta se la strada e’ quella giusta, sara’ l’effetto che nel paese questa proposta determinera’, se al principio il movimento crescera’ di volta in volta che si incontra, e’ un segnale positivo, se riusciremo a far nascere un soggetto politico e questo soggetto ad ogni presentazione ricevera’ un consenso in piu’, allora in questo caso avremo intrapreso la strada giusta.

  • #620
    Francesco
    Francesco
    Partecipante

    Che sia necessario oggi un partito capace di rappresentare una larga parte del “popolo di sinistra” è indiscutibile.
    Ma è possibile? Io nutro i miei dubbi. A parte il difetto culturale della sinistra italiana a considerare la scissione come risposta naturale alle divergenze politiche, ormai i “giochi” sembrano fatti : da una parte MDP cercherà di aggregare nel “partito rosso-verde” le componenti più “moderate” della sinistra, forse con la segreta speranza di riportarle in un PD riformato e “purificato”. Dall’altro Sinistra Italiana, anche sfruttando il carisma populista dell’attuale sindaco di Napoli, spera di diventare il centro aggregativi della cosiddetta “sinistra radicale”.
    Oggettivamente, se questi disegni riuscissero ed avessimo la gente di sinistra raggruppata intorno a due partiti, la cosa non sarebbe poi male, a patto che questi due partiti si dimostrassero capaci di cooperare per obiettivi comuni e non si mettano a farsi la guerra per una manciata di voti in più. Tuttavia è molto probabile che queste nuove aggregazioni abbiano vita breve e siano destinate a frammentarsi nuovamente subito dopo le elezioni europee.

    Chi non ci sta in tutto questo siamo noi, ossia una parte ( quanto sostanziosa non è chiaro ) di quello che potrei chiamare “popolo di LeU”, ossia quelli che hanno davvero creduto ( o forse solo sperato contro ogni speranza ) che la lista elettorale LeU presentata alle ultime elezioni italiana potesse tramutarsi in un vero partito unificante per le forze di sinistra che vi hanno partecipato. Questa parte del popolo di LeU ha formato autonomamente dei comitati territoriali, a volte sfiduciando i dirigenti territoriali dei propri partiti di provenienza, ed ora preme per la continuazione del processo costituente di LeU, indipendentemente dalla volontà “ufficiale” dei partiti che hanno fondato LeU e ne detengono la proprietà sul simbolo e sul nome.
    Desiderio nobile, che va perseguito per essenziali ragioni di coerenza politica, tanto più importanti in quanto a contrasto con il panorama politico attuale, in cui la coerenza occorre cercarla con la lente di ingrandimento.

    E dunque, se ci riusciamo, facciamo #unpartitodisinistra. Ma facciamo che sia aperto ed inclusivo sin dall’inizio, pronto a cooperare e collaborare con chiunque persegua i nostri stessi obiettivi, senza preclusioni di nomi o di storie politiche passate. Facciamo che abbia tra i suoi obiettivi primari l’aggregazione del popolo di sinistra, e che se si stabilisce che questo obiettivo è fallito, il partito si auto-sciolga. Perchè quello che non serve a nessuno è un ennesimo partitino della sinistra che si auto-perpetui al solo scopo di garantire qualche poltrona ai suoi dirigenti ed un autoreferenziale senso di appartenenza (“io mi appartengo”) ai suoi iscritti.

  • #624
    espa
    espa
    Partecipante

    Quello che sostiene Francesco e’ un epilogo possibile della situazione a sinistra, ma questo significherebbe che il nostro progetto e’ fallito. Parliamoci chiaro, se dopo l’assemblea del 24 novembre al teatro Ghione a Roma, non sono nati altri comitati di LeU anche questo sarebbe un segnale che le coscienze a sinistra sono sorde e che il generoso tentativo degli autoconvocati non e’ riuscito a smuoverle…ripeto questo sarebbe un nostro insuccesso che dovrebbe farci rivedere la strategia, in che modo? NOI NON AMBIAMO DIVENTARE UN NUOVO PARTITINO A SINISTRA, VOGLIAMO ESSERE IL CATALIZZATORE DI UNA NUOVA UNITA’ A SINISTRA, e questo dobbiamo continuare a essere. L’epilogo che suggerisci ha il significato che vince la continuita’, quella continuita’ che e’ gia stata perdente e che probabilmente lo sara’ ancora in futuro ma, in questo caso noi dovremo entrare dentro il dibattito di questi soggetti per rappresentare al loro interno il nuovo che necessita alla sinistra…dovremmo entrare nel dibattito di mdp, che si appresta a fare un partitino, e noi siamo per il partito e non la lista MA DI SINISTRA NON CENTROSINISTRA, ma dovremo entrare anche nel dibattito, DEMA/SI, in quanto vicini a noi ma distanti nel progetto: per noi la riproposizione di una lista di sigle diverse, e’ una strada che non ci fa fare passi avanti e che condanna la sinistra alla frantumazione. La mia proposta in questo caso e’ rientrare nel gioco che ci viene imposto dalla realta’ ma senza scioglierci, dopo le elezioni saremo ancora noi i portatori della proposta corretta e, torneremo alla carica piu’ forti di prima.

  • #626

    robertomapelli63
    Partecipante

    Tatiana Cazzaniga, Leo Ceglia, Rosa Fioravante, Roberto Mapelli, Luigi Vinci
    Un contributo milanese alla discussione in LeU
    Dicembre 2018
    https://unpartitodisinistra.it/

    Quali i temi politici, culturali e strutturali d’ordine ampio
    che una sinistra politica utile deve sapere fare propri.
    Quali le infiltrazioni liberiste anche marginali che essa
    deve rimuovere in radice.

    Introduzione: quali le nostre difficoltà del momento in quanto parte della sinistra politica
    Difficoltà n. 1
    La separazione dal PD di una parte della sua militanza e del suo elettorato e la costituzione del movimento Articolo 1-Movimento Democratico Progressista (qui di seguito MDP) avevano fatto sperare all’inizio del 2018 la ricostruzione in Italia di un partito di sinistra davvero utile, quindi consistente, concreto, vocato alla realizzazione di una democrazia socialista, emancipato da dottrinarismi più o meno arcaici, critico totale e serio dell’imperante liberismo, capace di contrastare nelle classi popolari la crescita dell’influenza di formazioni di destra autoritaria, razzista, semifascista così come di accrocchi “né di destra né di sinistra” orientati alla demolizione di democrazia parlamentare, corpi istituzionali e sociali intermedi, divisione dei poteri, stato di diritto. Tuttavia, oltre un anno e mezzo di inerzia assoluta dal lato del gruppo postosi di iniziativa propria al comando di MDP ha mostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, la sostanziale dipendenza ideologica di quasi tutto tale gruppo da posizioni liberali (in questa fase storica, influenzate in profondità dal liberismo). E se, fino alle elezioni politiche del marzo del 2018, si poteva pensare alla possibilità di tenere assieme il complesso di MDP e di tentare cooperazioni politiche sempre più sviluppate con altre forze, tra cui, in primo luogo, Sinistra Italiana, il pessimo risultato elettorale aprirà in MDP, invece, una crisi che si evidenzierà irreversibile, avendo il suo gruppo di comando deciso che proseguire il tentativo di un partito di sinistra non aveva possibilità alcuna di riuscita, e che altro dunque non andava tentato che ricomporsi, in un modo o nell’altro, al PD.
    Inoltre, quel gruppo ben si guarderà dal dichiarare apertamente quest’intenzione, la praticherà mimetizzandola, eviterà sistematicamente una discussione interna partecipata effettivamente dalla base militante, bloccherà con ogni sorta di pretesti ogni elemento di costruzione politico-organizzativa, meno che mai produrrà uno straccio di programma politico, di statuto, di regolamento congressuale.
    Quel gruppo dovrà tuttavia fronteggiare una pressione crescente da parte di una base orientata a larghissima maggioranza alla costruzione di un partito di sinistra, inoltre la costituzione, condotta da Pietro Grasso, di un organismo più largo, composto anche da realtà sociali, culturali, di movimento, LeU. E, successivamente, nel momento in cui precipiterà, inevitabile, la discussione in LeU sull’avvio della sua trasformazione in partito, quel gruppo, dopo aver tentato, senza riuscirci, di mettersi di traverso deciderà la scissione da LeU.
    Nel frattempo, gran parte della base militante di MDP ha ribadito, in più forme, tramite intere realtà locali così come tramite comitati territoriali di base, in continua crescita, la propria intenzione di proseguire la costruzione unitaria di un partito di sinistra.
    L’incertezza dell’esito dello scontro interno a MDP aveva portato Sinistra Italiana a smarcarsi da LeU, cui aveva in precedenza aderito. La conclusione di sinistra dello scontro ha consentito un recupero totale dell’intesa tra LeU e SI.
    L’uso futuro della dizione LeU è incerto, poiché il gruppo scissionista può impedircene l’uso. Tuttavia, intendiamo insistere sul nostro diritto a usarla. La questione, in ogni caso, avrà la sua soluzione in tempi brevi.

    Difficoltà n. 2
    La frantumazione e la conseguente inutilità pratica della sinistra politica italiana rappresenta un record in Europa. Elementi storici, sudditanze ideologiche al pensiero unico liberal-liberista, forti attitudini settarie ne sono le ragioni soggettive. Ciò ha consentito a destre fascisteggianti e razziste e a pasticcioni “né di destra né di sinistra” di fare il pieno in sede di consenso in classi popolari e medie allarmate dal continuo peggioramento delle proprie condizioni generali di vita e dalla precarizzazione crescente delle condizioni di lavoro. Altrove in Europa, in Spagna, Portogallo, Grecia, Germania (qui grazie ai Verdi), le sinistre hanno mostrato la possibilità di contrastare analogo percorso, talora di rafforzarsi, anche di riuscire ad andare al governo. Quale ne è stata la condizione: che fossero sinistre vere, capaci di rispondere validamente alle richieste popolari e ai sempre più gravi problemi del pianeta, che fossero concrete, non spappolate, capaci davvero di politiche economiche progressiste, quale che ne fossero storia e posizionamento culturale, fossero esse, cioè, socialiste, comuniste, verdi o di nuovo conio. Occorre quindi in Italia, in tutta evidenza, che la sua sinistra politica disintegrata, in luogo di lodare quelle sinistre e di usarle come foglia di fico delle proprie separatezze settarie e di micro-ceto politico, si dia una regolata.
    Incombono elezioni europee e una tornata consistente di elezioni locali: fallirvi significherebbe, semplicemente, un funerale di terza classe; al tempo stesso, crescerebbero le difficoltà alla ricostituzione di una sinistra utile. Va da sé che dovremo affiancarci a quelle forze che costituiranno in Parlamento Europeo un gruppo effettivamente di sinistra antiliberista.
    Attenzione: affrontare seriamente le elezioni europee non significa rifare l’esperienza di cartelli di micropartiti: abbiamo visto nel 2014 come cinque minuti dopo il risultato elettorale se la lista è solo un cartello essa si decomponga e non riesca poi a combinare niente di significativo. Occorre quindi arrivare alle elezioni europee con una lista capace di politica: quindi appoggiata, certo, da un processo costituente inoltrato di unificazione delle attuali sinistre politiche, ma anche da figure espresse dalla “società civile” democratica, da associazioni, da esperienze di movimento, da liste civiche, espressioni tutte infatti dell’arco del democratismo egualitario storico del nostro Paese.

    Documento
    I temi politici, sociali ed economici d’ordine generale che intendiamo di portare al dibattito nel contesto della costruzione del partito
    Avvertenza
    Quanto segue subisce un limite posto dal nostro operare nel Nord del Paese: non siamo in grado di ragionare adeguatamente sul Mezzogiorno e le isole. Ciò a sua volta significa, non già la necessità di mere aggiunte al nostro scritto, bensì quella di una riconsiderazione unitaria complessiva, la sola che possa risultare adeguata dato lo storico dualismo italiano.
    Alla base dell’identità di base di un partito utile della sinistra, la realizzazione integrale del dettato costituzionale nella sua forma originaria
    Obiettivo etico-politico di questo partito è questa realizzazione. La Costituzione dichiara “fondata sul lavoro” la nostra Repubblica, ovvero fonda sulle classi lavorative popolari, portate a egemonia, la nostra formazione sociale complessiva. D’altra parte, questa Repubblica, i suoi contenuti etico-politici, i suoi riferimenti di principio in sede di politica economica e sociale furono un risultato diretto della Resistenza, che fu operata politicamente dal complesso delle forze antifasciste e che, al tempo stesso, risultò partecipata socialmente e militarmente, a larghissima maggioranza, dalla classe operaia, da popolazioni contadine povere, dai giovani, tutte forze che guardavano a trasformazioni democratico-socialiste della società e alla partecipazione di popolo alle decisioni politiche. Tra i contenuti etico-politici va sottolineato l’intento di una democrazia pienamente sviluppata, orientata alla democratizzazione della totalità delle situazioni, dei rapporti sociali, della vita quotidiana, dunque di una democrazia non solamente rappresentativa ma anche direttamente partecipata dal popolo.
    Attenzione: nessuna democrazia “partecipativa”, mostra l’esperienza storica, è realmente democratica in assenza di democrazia rappresentativa. L’attacco erosivo contemporaneo alla nostra democrazia non viene solo, dunque, dal lato della fascisteggiante e razzista della Lega, ma anche dal lato del Movimento5Stelle, orientato alla demolizione non solo della democrazia rappresentativa ma anche a quella di divisione dei poteri, di autonomie istituzionali, di corpi intermedi eletti o sociali.
    Non solo. Occorre riportare il Paese a norme di significato costituzionale ristabilenti sistemi elettorali su base proporzionale. Se essi non sono nella Costituzione, è perché ai costituenti non passò minimamente per l’anticamera del cervello che vi fossero altre forme democratiche della rappresentanza. Inoltre, con analoga motivazione, occorre riportare il Paese a norme, di pari portata, che ridiano alle giunte locali, quelle delle province comprese, poteri pieni tra cui l’elezione da parte di esse dei presidenti. Il superamento attraverso manomissioni della rappresentanza e le centralizzazioni di poteri fondamentali in singoli individui ha costituito in questi decenni una forma grave di lesione alla democrazia.
    I contenuti della Costituzione non sono mai stati praticati nel loro complesso, neanche in tempi politici migliori degli attuali; spesso, anzi, furono anche in quei tempi accantonati o contraddetti. Ciò nondimeno, i grandi partiti di massa della “prima Repubblica” furono anche protagonisti di esperienze di democrazia partecipata di popolo, direttamente o attraverso i loro rapporti con organizzazioni sociali e sindacali o attraverso i governi locali. Nel frangente attuale, la realizzazione di quei contenuti in tutta evidenza necessita, per affermarsi, la ripresa e il più ampio sviluppo di mobilitazioni sociali e culturali democratiche e progressive. Lungi, quindi, dal costruirsi come partito “leggero”, esclusivamente o quasi esclusivamente impegnato in attività istituzionali, guidato in esclusiva dalle rappresentanze parlamentari, in mano quasi esclusivamente a uomini, un po’ come in Arabia Saudita, orientato a impegnare la sua base attiva solo o quasi solo in campagne elettorali o in feste estive, il partito che vogliamo costruire intende essere guidato democraticamente a paritariamente da donne e uomini, attivo giorno dopo giorno, creatore di iniziativa politica, sociale e culturale di popolo, operante in ogni territorio, località, quartiere su tutta la scala delle questioni, direttamente o appoggiando associazioni e movimenti popolari, vertenze sindacali, e così via.
    La realizzazione dei contenuti costituzionali parimenti richiede l’abolizione delle manomissioni incongrue subite in questi anni dalla Costituzione, tra cui campisce l’obbligo odioso del pareggio di bilancio, strumento liberista fondamentale orientato, in unità alla violazione dell’articolo che stabilisce la progressività del prelievo fiscale, al trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto della gerarchia sociale.
    Non riteniamo di potercela fare da soli. Non solo perché la sinistra in Italia risulta estremamente frammentata, e come tale incapace di risultati sociali, politici, culturali significativi, ma pure perché la crisi sociale e culturale che travaglia l’Italia è estremamente grave, è globale; perché una coalizione politica estremamente pericolosa sia dal punto di vista sociale che della democrazia ha recentemente vinto le elezioni politiche; inoltre, perché occorre arginare la crisi della costruzione europea, determinata dal suo attuale corso liberista e dunque antisociale, parimenti oggetto di tentativi di dissoluzione dal lato di forze di destra fascisteggiante, infine oggetto di un tentativo statunitense di disintegrazione e asservimento. Occorre, dunque, che la costruzione di un partito utile di sinistra richieda una raccolta ampia di forze. Le loro differenze, in genere più che ridotte, debbono essere mediate; i rancori, rimossi. Uno storico principio della sinistra afferma che tra militanti ci si deve voler bene.
    Non siamo più, in ogni caso, all’anno zero. La costruzione di un partito utile di sinistra già si basa sulla cooperazione tra LeU, SI, altri gruppi politici, comitati politici di base, militanze giovanili e di associazioni, sindacati, movimenti, liste civiche.
    L’esperienza, infine, ci ha insegnato, al di là ogni ragionevole dubbio, l’inopportunità di qualsiasi ricomposizione politica o alleanza strategica con formazioni di centro o centro-sinistra liberali, data la loro sudditanza alle politiche economiche del liberismo. Va da sé che iniziative comuni non siano da escludere, sul piano dei diritti civili e di libertà, della difesa degli assetti istituzionali democratici, del contrasto alle tendenze autoritarie e più o meno fasciste, del contrasto a politiche securitarie, della difesa dei diritti di migranti e di altra povera gente alla protezione, all’asilo e all’integrazione. Né sono da escludere in radice cooperazioni in elezioni locali. Dove non si vede invece possibilità di cooperazione è sul terreno dei diritti e del ruolo politico delle classi popolari. Le formazioni di centro o centro-sinistra liberali non riescono ad andare oltre politiche di mediocri sussidi, in tutta analogia alle destre; anzi, spesso, criticano le destre da posizioni ultraliberiste; sono lontanissime perciò da quello che è il nostro obiettivo fondamentale: l’emancipazione delle classi popolari da ogni forma di sfruttamento e di oppressione. Noi vogliamo riportare le classi popolari alla lotta di classe; le formazioni di centro o di centro-sinistra liberali vogliono mantenerle il più possibile passive.

    Quali le posizioni di livello più generale e più ampio che debbono sostanziare la cultura e la pratica politiche della sinistra, onde collocarla fuori in radice da ogni possibilità di suggestione liberista
    Questione di politica economica n. 1: rompere in radice con le politiche macroeconomiche liberiste
    Cosa sono le politiche liberiste, i loro indirizzi macroeconomici, il loro fondamento di classe
    E’ questo il nodo tematico più complesso, e al tempo stesso più importante, da affrontare per conto di una politica economica e sociale progressista, data anche l’azione mistificatoria martellante da parte liberal-liberista, dei suoi mass-media, ecc.
    Negli Stati Uniti è operante una variante di liberismo che, pur derivante dalla Scuola di Chicago, vi ha inserito rilevanti correzioni. Questa scuola, in via generale, teorizza il primato della massima libertà degli operatori economici e l’abbattimento del prelievo fiscale sulle classi abbienti, affermando che queste misure sono quanto necessiti a processi di crescita economica pressoché continua, di cui, in quanto tale, verranno a beneficiare le popolazioni nella loro interezza. Concretamente, essa sarà, al contrario, lo strumento di un processo, avviato dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, di trasferimento sistematico e crescente di ricchezza dal basso verso l’alto della gerarchia sociale, in tutto l’Occidente.
    Finché l’economia tira, questa posizione non impedisce che qualche frammento di benessere sgoccioli verso le classi popolari; ma, se l’economia rallenta, cade in recessione, ristagna, immediatamente sopravvengono danni corposi a queste classi, poi anche a quote di classi medie: più disoccupazione, più precarietà, salari più bassi, più disoccupazione, meno servizi di qualità e gratuiti o semigratuiti, ecc. Sicché (eccoci alle relativamente recenti aggiunte portate alla Scuola di Chicago, dovute all’esaurimento della straordinaria crescita economica occidentale del primo trentennio del dopoguerra), essa da tempo consente a che, onde evitare insorgenze popolari e crisi politiche di arduo contenimento, vengano adottate da parte dei governi misure di “sostegno al reddito”, laddove la sofferenza sociale sia maggiore. Parimenti, rompendo con il suo tradizionale “monetarismo”, questa scuola non esclude più che la politica economica usi, non solo in momenti critici particolari ma sistematicamente, la leva del debito, in altre parole, operi un’elevata produzione monetaria e un’elevata spesa pubblica da parte dello stato, onde reggere la domanda, accelerare la crescita, ecc. La si può così considerare, in questi suoi sviluppi, una sorta di “keynesismo di destra”, di keynesismo dei ricchi.
    Il liberismo invalso in Europa non è identico, in punti decisivi, a quello statunitense: è rimasto, infatti, alle posizioni iniziali, anni cinquanta, della Scuola di Chicago; a un “monetarismo”, cioè, che si basa sulla tesi arcaica della dipendenza stretta, immediata, di inflazione e deflazione dalla quantità di moneta messa in circolazione dalla banca centrale; e che, perciò, si pone a contrasto non solo della posizione keynesiana, la cui tesi in materia di moneta è che questa abbia un ruolo di secondo piano, quindi sia da subordinare a obiettivi socio-economici determinati, ma anche al keynesismo di destra, data la disponibilità di questi a elevate emissioni monetarie.
    La Banca Centrale Europea con il suo quantitative easing (l’acquisto di titoli sovrani a prezzi tendenti al 100%: finanziando così le economie degli stati della zona euro, abbattendo l’attività speculativa su tali titoli, ecc.) ha tuttavia derogato, a questo riguardo, a fine 2011, di fronte alla gravità della crisi del 2008: ma subendo proteste continue “ortodosse” da parte dei governi europei di centro-destra o di centro-sinistra, tra cui, in prima linea, quello tedesco. L’Italia (ma non solo) ha tratto da ciò grandi vantaggi. Crescenti pressioni “ortodosse”, infine, sono riuscite, ai primi accenni, un paio di anni fa, di uscita dalla crisi, a ottenere dalla BCE l’arresto (sarà alla fine del 2018) del quantitative easing. E’ in questa prospettiva la ragione principale (benché non l’unica, gli si aggiunge il particolare frangente politico) degli spread tendenzialmente in aumento riguardanti oggi i titoli sovrani italiani.
    Veniamo a cosa abbia comportato, a seguito dell’esplosione nel 2008 di una recessione risultata particolarmente grave in molte parti del mondo, tra cui l’Europa, la variante “monetarista” del liberismo. L’adozione dell’euro, avviata nel 1999, dal lato di una serie di Paesi dell’Unione Europea, tra cui l’Italia, quindi, tramite quest’adozione, il trasferimento della loro precedente sovranità monetaria alla BCE, hanno significato l’impossibilità per questi paesi di creare in proprio moneta. Sicché, concretamente, quella variante del liberismo ha consegnato i bisogni monetari dei paesi della zona euro al “mercato”, vale a dire alla speculazione finanziaria, con tanto, quindi, di incrementi di deficit e debito pubblici, non solo a carico dell’Italia. In aggiunta nefasta, la Commissione Europea, composta da ultras “monetaristi”, e il Consiglio Europeo (vale a dire, la totalità dei governi quelli italiani entusiasticamente compresi della zona euro) hanno deciso l’imposizione di obiettivi di “rigore” finanziario, ovvero preteso abbattimenti della spesa pubblica. Il “fiscal compact”, cioè il tentativo lacrime e sangue di giungere a deficit zero (in Italia, in aggiunta, “spending review” ecc.), è stato lo strumento principale del “rigore”. Contemporaneamente sono stati affidati alla Commissione poteri straordinari di intervento manomissorio sulle leggi di bilancio di quei paesi. Straordinario: in condizioni di pesante recessione si è così fatto esattamente il contrario del necessario a un’inversione di tendenza dell’andamento economico. Né a caso la zona euro risulterà poi il fanalino stitico di coda della relativamente recente ripresa dell’economia mondiale.
    E’, soprattutto, questo complesso di cose la trappola nella quale è venuta a trovarsi dalla crisi a oggi l’Italia, che l’ha portata a praticare misure al tempo stesso pesantemente antieconomiche e antisociali. Nel caso di governi del PD, o sostenuti dal PD, ciò è avvenuto anche per adesione ideologica al “monetarismo”, quindi con tanto di sovraccarico delle misure. Già, d’altra parte, quest’adesione aveva portato un governo a guida PD con due anni di anticipo rispetto alla crisi a odiose “lenzuolate” di privatizzazioni; e poi porterà, a fine 2012, un governo appoggiato dal PD alla più che odiosa “Agenda Monti”: facendo pagare materialmente solo al mondo del lavoro e alle altre classi popolari (ivi comprese le attività economiche di dimensione minore) un prezzo esoso portato, concretamente, a banali rammendi economici, incapaci di inversione di tendenza, addirittura aggravanti la situazione di crisi, meno che mai chiedendo alle classi abbienti di aggiungerci di tasca loro, pagando le tasse dovute, rinunciando a quote di pensioni d’oro, neanche consentendo allo stato versamenti una tantum di quote di bonus, dividendi, liquidazioni, proventi di quote di quanto (molto) guadagnato nella crisi partecipando alla speculazione.
    Va da sé, in breve, che il consenso alto-borghese a questa politica si basa primariamente sull’arricchimento continuo che viene loro dalla speculazione finanziaria, enormemente dilatata in questi decenni dalle liberalizzazioni statunitensi, operanti su scala planetaria, degli anni ottanta e novanta, inoltre alimentata dalla stessa crisi, oppure viene da un vergognoso sistema di appalti del pubblico a privati, anziché da attività produttive, quando esistano. In breve, ancora, alla scarsità di moneta emessa dalle banche centrali hanno fatto riscontro volumi giganteschi e crescenti di paramoneta prodotta dalla grande finanza. Alla conseguente enormità della ricchezza privata alto-borghese hanno fatto da pendant la crescente miseria delle popolazioni e degli stessi stati. L’investimento non ha fatto che spostarsi sempre più sulla speculazione anziché sull’economia reale. I tempi di realizzo del guadagno sono stati, così, enormemente accorciati, spessissimo resi istantanei. La divaricazione enorme tra le condizioni alto-borghesi, in continuo arricchimento, e le condizioni popolari, in caduta libera, si deve a questi processi, parimenti alla connivenza dei ceti politici di governo. Stanno qui la base del logoramento crescente in Occidente della democrazia, la tendenza delle classi popolari, impaurite, pauperizzate, ad arroccarsi su base comunitaria, ad aderire a destre “sovraniste”, spesso più o meno fasciste, ecc.
    E’ qui, infine, la ragione fondamentale della frattura nell’intero Occidente tra le forze politiche effettivamente collocate a sinistra e i centri e centri-sinistra liberali.

    Questione di politica economica n. 2: recuperare (e adattare al momento attuale) la macro-economia proposta a suo tempo da Keynes
    Fu ricorrendo negli anni trenta alla posizione macro-economica di quest’economista britannico, vicino al Labour Party, che l’Occidente, precipitato nel 1929 in una recessione disastrosa, a seguito di un’ondata negli Stati Uniti di crack bancari subito estesisi all’intero sistema economico, ne uscì. Addirittura, la posizione keynesiana, attivata dapprima negli Stati Uniti dalla presidenza Roosevelt, sarà rapidamente fatta propria, data la sua efficacia, da governi europei del più diverso orientamento, da quelli riformisti a quelli fascisti.
    Passa per la maggiore, nell’attuale confuso e per più aspetti dilettantesco governo italiano, l’idea che per fare uscire l’Italia dalla sua condizione di cronicizzato ristagno economico, anzi, ormai, avviato a nuova recessione (assieme, pare, al resto dell’Occidente), parimenti per avviare una serie di politiche di protezione sociale, sia sufficiente ricorrere alla creazione di debito pubblico. Vengono però rimosse, così, altre operazioni di politica economica, da correlare alla creazione di debito, esse pure decisive, fondamentali al fine della realizzazione di quegli obiettivi, e, oltre a ciò, rischiando di precipitare in effetti pesantemente contrari, tra cui forti processi inflativi, forti e irreversibili incrementi di deficit e debito pubblici, ecc.
    I governi Roosevelt, per fare il risultato della ripresa economica tramite la creazione, che fu enorme, di debito, e, al tempo stesso, per evitare quei rischi, potenzialmente distruttivi, dovettero dunque realizzare molte altre misure (esse pure proprie della posizione di Keynes). Intanto, il commissariamento della finanza speculativa (banche d’affari ecc.) e l’impedimento di ogni sua attività valutata in sede politica come dannosa; parimenti, l’impedimento alle banche commerciali di operare sul piano della speculazione: tutto questo al fine di prevenire sconquassi finanziari e di caotizzare così le attività economiche di governo. Poi, una fiscalità altamente progressiva, che giungerà a prelevare a carico degli ultraricchi larghissima parte delle loro entrate. Poi, la cooperazione politica con i sindacati, l’obbligo per le imprese della contrattazione contrattuale, la fissazione statale di un buon minimo retributivo. Ancora, un gigantesco programma statale di opere pubbliche: la modernizzazione (elettrificazione, canalizzazione) delle campagne, un grande piano casa, lo sviluppo della rete ferroviaria e di quella stradale, ecc. Inoltre, sussidi alla povera gente, copertura delle sue spese sanitarie, scolastiche, ecc. Come si vede, si trattò anche di una netta prevalenza degli interventi produttivi, i più capaci di attivazione della ripresa. Non che non abbiano ruolo in sede di ripresa misure di sostegno al reddito popolare: ma esse risultano in questa sede assai meno efficaci delle misure produttive. La ripresa economica effettivamente ci fu, e fu forte; e ciò, a sua volta, consentì il controllo delle spinte inflative e il recupero del debito.
    In concreto, Roosevelt praticò, con altro nome, New Deal, i principi socialisti dell’abolizione del dominio del mercato sull’economia e dell’abolizione del dominio della grande finanza sul mercato. Inoltre, aprì la strada al riformismo socialdemocratico del successivo dopoguerra ovvero al suo compromesso dinamico e progressivo con il capitalismo industriale europeo.
    Attenzione: il keynesismo e i suoi sviluppi recenti (attenti alla disastrosità assoluta, sociale e ambientale, raggiunta da una finanza speculativa sempre più potente, sempre più operante su scala planetaria, sempre più condizionante interi governi, sempre più emancipata da controlli pubblici, sempre più comando reale delle istituzioni create o progettate nel 1944 a Bretton Woods, dal Fondo Monetario Internazionale alla Banca Mondiale all’Organizzazione Mondiale del Commercio, ex GATT) sono validamente adattabili anche a più avanzati tentativi socialisti. Tutta la ricerca neokeynesiana è anzi da gran tempo orientata in questo senso.
    Il keynesismo, in parte significativa, fu praticato nel periodo di passaggio dell’Unione Europea da quel “Serpente Monetario” che regolava le monete dei suoi stati alla moneta unica, all’euro. Il “Piano Delors” della Commissione Europea propose un enorme programma di infrastrutture su scala europea, ferroviarie, informatiche, stradali, aeroportuarie, in parte (al 25 o al 30%) da finanziarsi dal lato della Commissione Europea, in parte da quello degli stati membri, in parte da quello della finanza privata (avendo la Commissione definito condizioni di favore sia nei suoi confronti che in quelli dell’industria pubblica e privata passibile di coinvolgimento nella realizzazione delle varie opere). Poi però tutto comincerà a disintegrarsi, per effetto del cambiamento di rotta in senso liberista, sulla scia della svolta in questo senso di Stati Uniti e Regno Unito, più o meno rapidamente raggiunti dagli altri paesi dell’UE; poi l’avvio dell’euro sarà usato per un attacco a fondo contro gli “aiuti di stato” all’industria di base (meccanica, navale, siderurgica, chimica, ecc.), con gravissimo danno in molti paesi, in modo estremo in Italia. Poi (primi anni novanta) comincerà la precipitazione di uno sviluppo radicale del “monetarismo” (con tanto di passaggio a esso di tutte le grandi componenti politiche socialdemocrazie comprese), che impose ogni sorta di privatizzazioni, nell’industria come nei servizi. Infine, precipitata la crisi del 2008, il debito pubblico, fino ad allora considerato “parametro” di bilancio sostanzialmente ininfluente, verrà portato, se superiore al 60% del PIL, a spauracchio fondamentale, cui perciò opporre tagli selvaggi di ogni voce della spesa pubblica. Alla crisi verrà così opposta, dal lato di una Commissione Europea, dotata dal Consiglio (cioè da tutti i governi) di poteri speciali di intervento sulle politiche economiche e di governo dei paesi membri, in modo rafforzato se della zona euro, una politica di spesa e di bilancio radicalmente deflativa, sicché totalmente opposta alle necessità sociali e a quelle dell’economia, che, lungi, come promesso, dal portare le economie europee a rapida ripresa, ne prolungheranno la crisi e porteranno poi a una ripresa più che stentata.

    Quale la critica valida da operare da sinistra, allora, al governo italiano di destra in carica
    Appaiono necessarie, a nome della difesa delle condizioni di vita popolari, la pratica di due obiettivi. Si tratta, primo, di una rettifica radicale, globale, non solo riguardante specifici provvedimenti od orientamenti, del pasticciato keynesismo di destra di questo governo, cioè, del rapporto sbagliato tra provvedimenti orientati alla crescita produttiva e provvedimenti orientati a sanare situazioni di povertà. Il privilegio di questi ultimi, il cui potenziale di crescita economica è ridotto, rischia molto di incrementare spinte recessive (inoltre, appena ricomparse nell’UE, e probabili a breve negli Stati Uniti, dovute allo sgangheramento operato dalla presidenza Trump a danno dei sistemi di gestione del commercio e degli investimenti internazionali); mentre solo privilegiando investimenti nel sistema produttivo e nei servizi si può, intanto, superare rapidamente il rischio recessivo, parimenti, sostenere la stessa prosecuzione dei provvedimenti contro la povertà, anziché doverli ridurre o annullarne una parte. Poi, secondo, si tratta, non solo di impedire la flat tax (l’abbattimento, in sostanza, del prelievo fiscale sulle classi medio-alte), ma anche di praticare a fondo una fiscalità altamente progressiva, mezzo essa pure necessario al sostegno sia ai provvedimenti contro la povertà che alla crescita produttiva. La realizzazione della flat tax, oltre a tutto questo, data la situazione di sostanziale stagnazione economica del Paese non potrà fare altrimenti, da un lato, che consegnare, con una mano, alla popolazione più povera un po’ di reddito, e però, dall’altro lato, non potrà fare altro che caricare, con l’altra mano, di costi nuovi o incrementati la fruizione dei servizi di trasporto, della sanità, dell’assistenza, dell’istruzione, ecc., da parte della grande maggioranza popolare. Voluta dalla Lega, la flat tax, d’altra parte, non è che il lato clientelare del suo legame organico al blocco industriale del nord, più precisamente, alle centinaia di migliaia di suoi piccoli e medi imprenditori, ecc.
    L’Italia è un paese di forti risparmiatori (inoltre, se la platea dei risparmiatori ha continuato in questi anni a ridursi, dati i processi di impoverimento di classi popolari e di quote di quelle medie, il volume dei risparmiatori non ha fatto che aumentare, dato, soprattutto, il continuo arricchimento delle classi abbienti; nella crisi, tale aumento ha avuto la portata di più di un terzo). Tra i delitti antisociali dei governi liberisti vanno collocati i processi di trasformazione del Tesoro e, conseguentemente, di Cassa Depositi e Prestiti (appartenente al Tesoro per circa l’83%) in enti di diritto privato, portandola così a impegnarsi solamente in attività finanziarie peraltro, per non turbare il “mercato”, di ridotta portata (il primo momento fu nel 2003, che obbligò CDP a sole operazioni di mercato; il secondo, dentro all’“Agenda Monti”, 2011-13, l’obbligo che queste operazioni di mercato avessero carattere puramente finanziario, sempre di ridotta portata). In questo modo, 270-280 miliardi di risparmi CDP gestisce il risparmio postale) sono stati impediti in sede di utilizzo in investimenti industriali, nella risistemazione generale del Paese, in servizi, tradizionali o recenti. Tutto dunque affidato al “mercato”, ecc.
    Va notato come il governo in carica si sia accorto di quest’immenso deposito di ricchezza, e si sia orientato a usarlo in sede di infrastrutture, di sviluppo locale. Manca, tuttavia, per le ragioni appena indicate, un’idea coerente dello sviluppo del Paese, essa tende genericamente alla realizzazione dì provvedimenti discontinui ed eterogenei.

    Corollario. Il dato italiano storico di un’incapacità delle sue forze politiche dominanti, e delle classi cui si rifanno, con saltuarie eccezioni, di creare sviluppo generale del paese, persino di tutelarne l’economia
    Ci sono intere biblioteche al riguardo. Ci si limita qui, date le finalità primarie di questo scritto, a qualche dato di fondo sia storico che contemporaneo.
    Il patto sociale, successivo all’unificazione politica del Paese, tra la grande proprietà industriale del Triangolo settentrionale e la grande proprietà agraria del Mezzogiorno trasformò quest’ultimo, la cui economia era alla pari con quella settentrionale, in una semicolonia. Già Gramsci, recuperando al pensiero meridionalista, notò tale tratto, semiparassitario e tendenzialmente eversivo, delle nostre classi dominanti, loro comparti compresi sia liberali sia reazionari. Giova porre a esempio di ciò la FIAT: da sempre finanziata e sostenuta in ogni modo con denaro pubblico, pronta a delocalizzare e a fuggire appena convenisse.
    Pur mutando in una quantità di determinazioni, continua questa a essere la situazione italiana; quell’iniziale dualismo italiano altro non ha fatto, in termini generali, che allargarsi. Spopolamenti di intere aree, emigrazioni di massa a ondate di forze di lavoro e di giovani, mafie che mantengono solidamente i loro business e inoltre hanno dilagato in tutto il paese, estensione del caporalato e della schiavitù a danno di migranti in agricoltura. La responsabilità sta tutta nei ceti politici di governo del Paese legati alle classi dominanti, con saltuarie eccezioni. Il liberal-liberismo attuale ha aggiunto a tutto questo non solo l’incapacità ma l’impossibilità, data la sua sudditanza alle regole economiche rigorosamente mercatistiche e “monetariste” dell’UE, di un’inversione di tendenza, poiché essa richiederebbe un gigantesco sforzo economico onnidirezionale da parte fondamentalmente dello stato. Stando sempre alla contemporaneità, una vocazione imprenditoriale potente da tempi immemori del nostro Paese, e che ne ha fatto nel dopoguerra la seconda potenza industriale e la seconda potenza esportatrice (ponendola così dietro alla sola Germania), è stata micidialmente colpita, intanto, dalla distruzione velleitaria, per fare “cassa” ed entrare così immediatamente nella zona euro, del 25% del nostro patrimonio industriale, quello composto, irresponsabilmente, da quasi tutta l’industria pubblica e di base, poi, colpita dalla patetica illusione liberale (quasi tutta di marca italiana, va precisato) che l’UE stesse per diventare la superpotenza economica assoluta del pianeta, sarebbe stato impossibile nel mondo reggerne la potenza scientifica, tecnologica, quindi economica, ciò quindi obiettivamente escludesse una competizione economica agguerrita dentro all’UE, cioè tra i suoi paesi, a cui l’Italia non avrebbe potuto che rischiare di soccombere, dato il suo dualismo.
    Siccome avverrà il contrario, e vi si arriverà impreparati dai governi, anche di quello attuale, per quel che si vede, saranno grossi e crescenti guai per l’economia e per la gran parte della popolazione del Paese. Esso, unico tra i maggiori paesi dell’UE, risulterà incapace di ricostruire un proprio “assetto sistemico”, tramite politiche industriali e loro finanziamenti congrui prima di tutto pubblici, data anche, benché non solo, la demolizione di quella sua parte dell’industria, la più fungibile; risulterà incapace, parimenti, di finanziamenti alla ricerca minimamente adeguati alle necessità del Paese; tenterà, così, di affidare totalmente la propria crescita al mercato, all’investimento dall’estero, parimenti rinuncerà all’appartenenza nazionale di quanto le rimanesse di strategico. A quest’investimento, inoltre, non sono posti vincoli né giuridici né economici, come per esempio forti penali o l’esproprio, a tutela quanto meno dei lavoratori, potendo esso in qualsiasi momento fermarsi, delocalizzare attività, chiudere unità produttive, ecc. Ancora, il Paese risulterà incapace di fare fronte generale al dissesto in ogni infrastruttura tradizionale (strade, ferrovie, ecc.), di larghe aree urbane, della condizione idrogeologica, dell’intero territorio, dell’aria delle città, dell’insieme dei servizi pubblici. La sanità, una delle migliori d’Europa, richiederà sempre più di essere pagata. Così i servizi per l’infanzia, la disabilità, la scuola, l’università, la sicurezza. Ancora, il Paese risulterà incapace persino di mettere a valore le grandi miniere d’oro costituite dal nostro potenziale turistico, tra cui il nostro straordinario patrimonio storico-culturale, e dal nostro straordinario patrimonio agro-alimentare. La Germania sta colonizzando da tempo la nostra media industria meccanica, di alta qualità tecnologica, la Francia sta comperando il nostro agro-industriale, ecc. ecc., e persino gli investitori turchi possono venire in Italia a fare shopping di marchi e brevetti a cui seguirà la chiusura delle unità produttive.

    Aggiunta. Farsi ben consapevoli di un tentativo di egemonia tedesca sull’Unione Europea di portata altamente competitiva sicché, concretamente, di forte danno antisociale ovunque in essa
    L’establishment politico ed economico della Germania (forte della riunificazione del 1991, avendo, al contrario, intuito la possibilità di un suo rilancio strategico, vale a dire, la possibilità di un rilancio delle sue pretese storiche di egemonia larga in Europa, usando sia il suo potenziale tecnologico e industriale superiore rispetto a quello di tutti gli altri stati dell’UE, sia un euro sottovalutato rispetto al marco) dispiegherà comportamenti economici sempre più aggressivi nei confronti di tali altri stati, con la sola eccezione della Francia. Consentirà a questo paese, infatti, la creazione a tutta manetta di debito pubblico. In tal modo la Germania se ne farà l’alleato stretto necessario alla detenzione della forza politica necessaria alla costruzione della sua egemonia, essendo la Francia la terza potenza industriale nell’UE, e, soprattutto, essendo una potenza nucleare.
    La colonizzazione tedesca della nostra industria meccanica, composta di numerose migliaia di medie e piccole imprese, site nel Nord con punte molto alte in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, comporterà l’imposizione a esse di dettagliati contratti capestro, usando il ricatto del possibile trasferimento verso est delle commissioni. Lo spostamento di ricchezza dall’Italia alla Germania, data una media salariale in questa parte dell’industria italiana attorno ai 1.000-1.100 euro mensili, e dato che all’industria meccanica tedesca a quella italiana connessa i salari potranno così portarsi oltre un livello doppio, risulta da tempo enorme: nella doppia forma, infatti, di un pezzo di salari italiani e di un pezzo di tecnologia italiana che volano gratis in Germania. Tra parentesi, ciò vale, tanto o poco, per tutti o quasi tutti paesi dell’UE, Francia inclusa. Ma ben più consistenti risultano gli analoghi effetti di altre due politiche tedesche, sempre a carico degli altri paesi dell’UE, prima di tutto di quelli della zona euro, seraficamente consentite dagli ultras della Commissione Europea, nonostante costituissero aperte violazioni dei Trattati fondativi dell’Unione Europea. Violazione numero uno (essendo vietati dal Trattato di Maastricht gli aiuti di stato alle imprese): una larga deflazione salariale, che, come tale, abbasserà significativamente i costi medi di produzione dell’industria tedesca, il cui strumento forse più significativo sono i mini-jobs, cioè più di 7 milioni di lavori retribuiti con 700-750 euro mensili, di cui metà versati dallo stato, e riguardo ai quali i datori di lavoro non verseranno un euro di tasse. Violazione numero due (essendo vietato dal Trattato di Maastricht, con tanto di sonante “parametro”, il superamento del 6% dell’avanzo commerciale con altri paesi): oggi dichiarato dal governo tedesco all’8,5%, in realtà, stando ad osservatori neutrali, attorno al 10%. Infine, gli spread, in sostanza, gli alti rendimenti dei titoli sovrani (di stato) italiani rispetto a quelli tedeschi vengono anche ciò, e concorrono essi pure al trasferimento di ricchezza dal nostro paese verso la Germania: diverse centinaia di miliardi sono volati dall’Italia, dalla crisi in avanti, in forma di titoli sovrani, verso le banche tedesche, facendo la contentezza dei suoi risparmiatori.
    Che tutto ciò soprattutto costituisca danni di grande portata ai paesi più industrializzati e alla parte occidentale e meridionale della zona euro dovrebbe risultare evidente.
    Si debbono prima di tutto a quel tentativo egemonico, per come concretamente si è manifestato, da avidi bottegai, e delle politiche “monetariste” di bilancio imposte alla zona euro, che fungono, attraverso la Commissione Europea, da appoggio, la crisi sociale e i passaggi verso destre estreme di quote crescenti di popolazioni europee.
    Giova sottolineare come la logica bottegaia con la quale l’establishment tedesco ha giocato la partita dell’egemonia in Europa abbia finito, a botte di crescita parossistica dell’export, quindi di mini-jobs, inoltre di freno assiduo contro le richieste salariali a danno di gran parte del mondo del lavoro, di miseria a est, di arricchimento dei ricchi, col mettere in crisi sociale la stessa Germania e, di conseguenza, il lato politico dell’establishment, composto da democrazie cristiane e da maggioranza del ceto socialdemocratico di comando. E giova sottolineare come sia qui la causa fondamentale della crisi in cui è precipitata l’Unione Europea.
    Non si tratta, va da sé, di procedere a testate ergo alla Salvini contro un’UE la cui Commissione è al servizio della Germania. Ma, nel momento in cui tutto sembra procedere, data l’insopportabilità dei disastri sociali ed economici combinati in Europa dal liberismo “monetarista”, verso la dissoluzione e il crollo stesso dell’UE, cui altro non seguirebbe che una quantità di disastri e fors’anche di guerre locali, affrontare con piglio energico e circostanziato le malefatte dell’establishment tedesco risulterebbe importante non solo alla prevenzione di ulteriori disastri ecc. ma anche dal punto di vista di una democratizzazione, civilizzazione sociale, capacità stessa di sopravvivenza e di rilancio dell’UE.

    Rifare da capo l’Unione Europea. Quali i nodi fondamentali di una politica di rifacimento democratico dell’Unione Europea
    Il Texas, o qualsiasi altro stato federato USA, beneficia di trasferimenti di moneta a prezzo politico ovvero infimo da parte del Tesoro, sostenuto a sua volta da una FED che stampa ogni settimana molte decine di miliardi di dollari. Essendo riconosciuti come valuta mondiale, costituiscono automaticamente ricchezza, duplicano cioè aproblematicamente quella “reale”. L’UE potrebbe fare tranquillamente lo stesso.
    Il rifacimento democratico dell’UE tuttavia richiede la decisione di una lotta politica a fondo, seria, argomentata, orientata a larga democratizzazione ecc., dunque non fatta, alla PD, da un miscuglio eterogeneo di critiche il cui elemento dominante è spesso “monetarista”, né sgangherata, incompetente, intimamente contraddittoria come quella dell’attuale governo italiano: data la posizione rigorosamente “monetarista” dei suoi poteri decisivi, ovvero della Commissione Europea, cioè dell’esecutivo in pianta stabile, nonché della maggioranza larga se non della totalità della Commissione Europea, cioè della tolda politica superiore, di effettivo comando strategico, a sua volta sottoposta a conduzione tedesca. E’ nella natura delle cose europee attuali che sia così: il livello politico più elevato non può che esservi di competenza di chi disponga di una superiore forza economica.
    In sede istituzionale l’UE risulta dotata di un suo Parlamento, tra i cui poteri però non c’è la creazione del potere esecutivo, e neppure la possibilità di condizionarne sostanzialmente le decisioni politiche o di sfiduciarlo. La produzione legislativa è proposta dalla Commissione, essa diventa norma se votata, nel medesimo testo, da Consiglio e Parlamento. Se le posizioni di queste due istituzioni non sono identiche si passa a trattative di “conciliazione” che possono essere molto lunghe. Se la “conciliazione” non arriva, le proposte della Commissione decadono. Va da sé che per funzionare questo complicato marchingegno occorre che gli orientamenti dominanti in tutt’e tre le sue istituzioni siano identiche o quasi identiche: altrimenti l’intero andamento della UE si inceppa. Attualmente accade proprio questo: dato il ripiegamento sui propri specifici interessi nazionali da parte del grosso degli stati, data la crisi verticale in cui ormai versano le tradizionali famiglie politiche di comando, conservatori-popolari e socialdemocratici, abituati da sempre a convergere. Il marchingegno inoltre si caratterizza non solo per la precarietà di quanto già indicato, ma pure per un suo impianto istituzionale parziale, zoppo, inoltre sotto molti aspetti illiberale: se il Consiglio è composto da figure partecipi di governi eletti da parlamenti, la Commissione risulta di pura nomina dei governi, uno per paese, ciò nondimeno dispone di poteri enormi, e che non hanno fatto che crescere dalla crisi del 2008 in avanti, di intervento negli affari dei paesi membri, soprattutto se della zona euro.
    E’ risibile, è manifestazione di assoluta incompetenza, quindi, l’idea dei centri-sinistra, soggettivamente intenzionata alla democratizzazione dell’UE, di assegnare alla Commissione poteri ancor più estesi e solidi, facendone il livello apicale dell’intero impianto istituzionale.
    Gli Stati Uniti sono una federazione, uno stato sovrano; l’UE è un’Unione di stati sovrani. Questi ultimi, tuttavia, dispongono di meno poteri sostanziali del Texas. Il Texas non ha autonomia monetaria, tuttavia il potere federale gli dà i quattrini che gli servono. L’Italia, o qualsiasi altro paese della zona euro, sono stati sovrani (cosi recitano i Trattati), ma oltre a non disporre di autonomia monetaria non le vengono neppure dati i quattrini che le servono, a meno che la BCE decida di violare Patto di stabilità e fiscal compact. Non occorre sforzare troppo le meningi per definire un buon rifacimento dell’UE: duplicarvi la struttura degli Stati Uniti. o di qualsiasi altra federazione o confederazione del pianeta. Quanto all’Italia, e agli altri paesi dell’UE, consegnarle le pertinenze del Texas.
    Attenzione: la possibilità di un dissolvimento o di un collasso dell’UE è reale. Per esempio, potrebbe precipitare alle prossime elezioni politiche francesi, se le vincesse, e non è improbabile, la Le Pen. O se le prossime elezioni spagnole le vincessero i franchisti, cosa anch’essa non improbabile.

    Sovrasta ogni questione, ormai, la crisi planetaria, in ogni sua manifestazione, creata dal capitalismo: le risorse materiali e ambientali offerte all’umanità dal pianeta sono, per responsabilità delle forze economiche e politiche apicali di tale forma sociale, al collasso
    “Nostra patria è il mondo intero”
    “Lavoratori di tutti i paesi unitevi”
    Queste parole ottocentesche, una strofa della canzone degli anarchici di Lugano, la scritta sulla tomba di Marx, valgono oggi assai più di allora: nell’Ottocento definivano aspettative di libertà e di benessere sociale portate dalla lotta di classe del proletariato, oggi esprimono anche le posizioni di principio necessarie alla prevenzione di un collasso generale del pianeta e di immani ecatombi umane. I tempi, appunto politici, della prevenzione sono calcolati sui dodici anni; riguardano quindi non solo l’umanità futura ma anche quella contemporanea.
    Come si vede, collochiamo nella parte conclusiva di questo scritto la questione planetaria più micidiale. Questa collocazione potrebbe apparire incongrua, meglio sarebbe, si può pensare, porla all’inizio. D’altro canto, aprire lo scritto con la questione planetaria rischierebbe la sottovalutazione di ogni altra questione: mentre le attivazioni sociali e politiche di massa necessarie a fare fronte alla crisi planetaria non possono che cominciare a basarsi sulle attivazioni popolari concretamente in corso, che sono della più varia natura. Gli stessi disastri attuali del riscaldamento climatico sono affrontati dalle popolazioni danneggiate con la richiesta di rimedi immediati. C’è, perciò, anche un grande passaggio politico da attivare, c’è un grado superiore di mobilitazione e di politicizzazione di massa da creare, che non possono che avere radici primarie nelle varie lotte attuali, nei loro protagonisti sociali, ecc. Ovviamente occorre una loro velocizzazione. La sua “competenza” è delle sinistre politiche, sociali, culturali, dei sindacati, delle organizzazioni popolari. Tra ciò che occorre che facciano è il superamento di ogni forma di settarismo, è una grande disponibilità unitaria.

    “Socialismo o barbarie”
    Scrisse così Rosa Luxemburg nel 1915, all’inizio di un’immensa tragedia umana, la prima guerra mondiale. Oggi andrebbe rideclinata, in forma di “Ecosocialismo o barbarie”, o, più verosimilmente, “Ecosocialismo o collasso dell’umanità”, attraverso il collasso del clima e della vita sul pianeta.
    I dati di questo collasso sono tutti quanti all’opera da tempo. Sino agli anni cinquanta il riscaldamento climatico, avviato in fine Ottocento, si manifestò molto debolmente; negli anni cinquanta avviò la sua impennata, il cui risultato sarà, verso il 2000, un incremento del riscaldamento tra un grado e un grado e mezzo. Il 2017 ha registrato un record delle emissioni di gas serra.
    Le guerre atroci, attivate da barbari assoluti o da medie potenze guidate da criminali, che hanno ricominciato a dilagare, fino a quella guerra mondiale “a spizzichi” in cui versano Medio Oriente, Afghanistan, alcune aree dell’Africa, hanno tra i loro fattori anche il collasso in questione. Così come è soprattutto, benché non solo, la crisi sociale, morale, culturale in cui il liberismo ha buttato l’intero Occidente il fattore del crescendo di tensioni e di minacce militari in atto ormai su scala planetaria. Le sue forze politiche ed economiche fondamentali, parimenti, non sembrano neppure in grado, a larghissima maggioranza, di elaborare questa crisi, uno dei cui fattori è l’emergenza in Asia di nuove grandi potenze così come il ritorno in campo della Russia. Tra le conseguenze più pericolose, la corsa al riarmo della NATO, la sua pressione minacciosa sulla Russia, da parte degli Stati Uniti a conduzione Trump, il loro uso sistematico della minaccia militare o economica contro una quantità di paesi; tra gli effetti di ciò, la corsa al riarmo anche dei paesi minacciati. Il business della produzione militare è quindi alle stelle, la sua crescita tecnologica si è portata a livello fantascientifico. Le commesse militari, per fare un esempio, all’Arabia Saudita hanno raggiunto il livello, solo guardando a quelle che impegnano gli Stati Uniti, di 300 miliardi di dollari: è quanto servirebbe a tre anni di iniziativa economica e tecnologica contro il riscaldamento climatico, che invece, anche per questo, annaspa. L’evidenza di questi dati rende superfluo il prosieguo di quest’analisi.
    Per un’infinità di ragioni, dunque, serve al pianeta un’inversione pacifista di tendenza, a opera di stati, governi, e prima di tutto di popolazioni, di forze politiche, di movimenti di popolo. Qui e là essa in Occidente è avviata, ma non, palesemente, in termini minimamente sufficienti. Tra gli obiettivi, la sostituzione della NATO con un sistema di sicurezza he coinvolga l’insieme del pianeta, intese di disarmo, trattative orientate al superamento delle situazioni di guerra o di grave crisi; inoltre, la consegna all’ONU di poteri che non ha mai avuto, o che ha progressivamente perso.

    Perché il fallimento, evidente, assoluto, di un ventennio, ormai, di conferenze sul clima e di loro indicazioni e iniziative orientate a contrastarne il riscaldamento
    E’ presto detto: perché l’idea politica dominante è consistita, sino a oggi, nell’affidamento alla grande finanza capitalistica e a un pugno di multinazionali dell’investimento tecnologico e industriale da praticare contro il riscaldamento climatico, garantendo loro un’alta redditività tramite sostegni statali e sovrastatali (UE) di varia forma. Ma esse, come tra poco si vedrà, primo, agiscono alla condizione primaria della realizzazione di un guadagno, e ciò comporta che tendano a “selezionare” in questa prospettiva i loro interventi contro il riscaldamento; secondo, esse realizzano individualmente e tramite intese guadagni anche in campi e modalità che concorrono al riscaldamento climatico (così come a ogni altra forma di devastazione del pianeta: avvelenamento di acque, oceani compresi, suoli, aria delle città, agricoltura, cibo, salute, stabilimenti industriali, infrastrutture, sicurezza, così come di depredazione di risorse “finite” d’ogni sorta, .ecc.); terzo, esse guardano, prima di tutto, strategicamente, all’istantaneità del guadagno. Quest’ultimo punto va sottolineato: la sovrapotenza raggiunta in questi trent’anni dalla grande finanza, il suo dominio sull’economia del pianeta, ha portato alla sostituzione di una forma di capitalismo che aveva invece obiettivi di medio e di lungo periodo, essendo dominato dall’industria, quindi disponeva di capacità strategiche ampie. Anche l’industria è stata portata, dal lato delle sue grandi multinazionali, alla velocizzazione del guadagno. La realtà capitalistica contemporanea è, allora, anche ideologicamente, la meno in grado di opporsi in termini davvero efficaci al riscaldamento climatico.
    Facciamo un poco di storia di questo ventennio.
    Risale al novembre del 1997 la Conferenza di Kyoto sui cambiamenti climatici, promossa dall’ONU. In essa gli Stati Uniti, presieduti da Bush junior, rifiutarono di definire contingenti obbligatori delle emissioni di biossido di carbonio. Il Trattato che, così, ne venne fuori creò tre “meccanismi di flessibilità”, che avrebbero dovuto unire riduzione delle emissioni di carbonio nell’atmosfera e vantaggi economici delle grandi imprese, onde impegnarle in quest’obiettivo: il Meccanismo di sviluppo pulito (MSP), la Messa in opera congiunta (MOC) e lo Scambio dei diritti (o quote) di emissione (SDE). L’SDE aveva l’obiettivo di trasformare la riduzione delle emissioni in fonti di guadagno, operando come mercato a tutti gli effetti: la fissazione dei prezzi dei diritti di emissione vendibili veniva infatti affidata agli andamenti del rapporto tra loro domanda e loro offerta. Ecco come sarebbe avvenuto: le imprese sottoposte a obiettivi di riduzione delle emissioni, ma che non li avessero rispettati, avrebbero potuto acquistare dalle imprese virtuose, cioè da quelle che avessero ridotto più di quanto dovuto le loro emissioni, il diritto di emettere diritti di emissione oltre gli obiettivi loro assegnati, corrispondenti alle riduzioni eccedenti il dovuto operate dalle imprese virtuose, pattuendone liberamente il prezzo. In questo modo, le imprese virtuose avrebbero incassato quattrini, quelle non virtuose avrebbero potuto continuare a fare i loro comodi, e al tempo stesso ciò consentì di sostenere che le emissioni complessive sarebbero rimaste in equilibrio anziché aumentare. L’MSP metteva a disposizione dei paesi sviluppati la possibilità di sostituire parte degli impegni di riduzione delle loro emissioni con “crediti di emissione” consistenti nel loro contributo, tramite investimenti, a uno sviluppo dei paesi “sottosviluppati” basato su tecnologie “pulite”, o, quanto meno, a ridotte emissioni. Il beneficio economico per le imprese risultava così non solo elevato ma anche garantito da più lati. C’era, infine, di che guadagnare anche per la grande finanza, oltre che attraverso i prestiti alle imprese effettuanti gli investimenti anche attraverso la creazione di titoli speculativi ovvero di “prodotti derivati” di vario tipo. Il MOC, infine, stabiliva possibilità analoghe, guardando non ai paesi sottosviluppati ma a quelli “in transizione” capitalistica dell’Europa centrale e dell’Asia centrale ex sovietica.
    In breve, le emissioni, concettualmente e praticamente, non costituivano più, così, uno scarto costoso delle attività economiche, bensì un loro sottoprodotto le cui possibilità di valorizzazione erano addirittura in grado di determinare strategie imprenditoriali complessive.
    Saltiamo alla Conferenza internazionale di Parigi sul clima, a fine 2015. Il Protocollo di intesa che ne seguirà, firmato anche dai tre principali produttori di biossido di carbonio, nell’ordine Cina, Stati Uniti, India, indicava l’abbattimento “più rapido possibile” delle emissioni dei vari gas serra, il contenimento drastico dell’aumento della temperatura media del pianeta, la sua stabilizzazione sotto, quanto meno, i due gradi centigradi, anzi possibilmente sotto a un grado e mezzo. Ciò avrebbe consentito di contenere i disastri già in atto del riscaldamento globale, particolarmente pesanti nei paesi più esposti a inondazioni, siccità, desertificazioni, fenomeni meteorologici estremi, in zone montane esposte a modificazioni dei regimi delle acque e dei ghiacciai, in quelle isole e zone costiere che l’innalzamento di mari e oceani già tendevano a sommergere, o le cui acque dolci sotterranee già tendevano a essere inquinate da acqua salata. Si è scritto “obiettivi di massima”. Non furono infatti stabiliti dal Protocollo, né dagli allegati che l’accompagnavano, obiettivi quantitativi relativi ai vari tipi di emissioni o relativi al loro complesso, e questo né a livello globale né a quello dei singoli paesi; si affermò, invece, che ogni paese avrebbe operato in relazione alle proprie “circostanze nazionali”. Furono presi impegni finanziari da parte dei paesi “ricchi” a sostegno di quelli “poveri” e “in via di sviluppo”. Essi beneficiarono pure di tempi più lunghi di riduzione delle emissioni. Ma la quantificazione degli impegni dei paesi “ricchi” riguardò solo quelli iniziali. La quantificazione annuale fu di 100 miliardi di dollari. Fu anche deciso che di lì a cinque anni sarebbe stato creato un “carbon fund” di 100 miliardi, allo scopo della decarbonizzazione delle economie meno evolute. Sembrano cifre adeguate: in realtà il grado della loro adeguatezza sarebbe dipeso dal loro ritmo effettivo. Soprattutto, questi impegni non saranno rispettati, non solo dagli Stati Uniti, passati dalla gestione Obama alla gestione Trump, ma anche dai paesi “ricchi” dell’Unione Europea, impegnati, nonostante la crisi del 2008, a politiche deflative, quindi a tagli della spesa sociale, degli investimenti, ecc., perciò incapaci di superare la recessione. Ancor meno, il complesso dei paesi “ricchi” potrà operare significativamente, dato il disimpegno di loro organismi fondamentali quali FMI, Banca Mondiale, Asian Development Bank. Ancor meno, data tale limitatezza, riterrà di impegnarsi la grande finanza, benché strapiena di quattrini. Ma il dato che conta più di tutto è che il ricorso al carbone ha continuato a rimanere nel mondo al medesimo livello del 1995, e che esso copre ben il 40% delle fonti di energia, mentre le fonti rinnovabili sono al 10%. E’ da aggiungere come nell’Unione Europea ricorrano al carbone a manetta la Germania (oltre 220 milioni di tonnellate l’anno) e la Polonia (oltre 120 milioni di tonnellate l’anno).
    In ultimo, alla riunione, ai primi di questo dicembre, del G20 a Buenos Aires si è discusso, accanto a come riformare l’Organizzazione Mondiale del Commercio, precipitata, a opera della presidenza Trump degli Stati Uniti, in crisi verticale, e a come affrontare le migrazioni di massa, anche a come affrontare il riscaldamento climatico. Ne è uscita una dichiarazione che indica l’obiettivo del contenimento a due gradi del riscaldamento climatico. La discussione in materia verrà ripresa a metà dicembre in Polonia. I preannunci conducono solo a un massimo di pessimismo. O interverranno svolte politiche radicali, grandi mobilitazioni di massa, prima di tutto nei paesi sviluppati dell’Occidente, e intese efficaci tra questi paesi e quelli “in via di sviluppo”, tra cui, in primo luogo, Cina e India, o il collasso dell’umanità e del pianeta tenderà a precipitare. Ciò significa, per esempio, che il collasso delle calotte glaciali, già deteriorate, su Groenlandia e Antartide occidentale alzerà mari e oceani di una quantità di metri; sparirà un enorme numero di città e di isole, centinaia di milioni di esseri umani di tutti i continenti fuggiranno disperati dai loro territori cancellati. Ovviamente i ricchi, grazie alla forza economica, politica, militare di cui direttamente o indirettamente dispongono, de la caveranno al meglio.
    Occorre fermare il recente governo di destra fascista brasiliano, orientato a distruggere gran parte di quell’Amazzonia i cui alberi costituiscono il più grande deposito di biossido di carbonio del pianeta, dovendo gratificare quei grandi proprietari terrieri, produttori di carne bovina, polli, soia, orientati quasi totalmente all’esportazione, che hanno finanziato la campagna elettorale della destra; parimenti orientato, inoltre, a distruggere la piccola agricoltura e le cooperative contadine, cioè i produttori del cibo per i brasiliani.
    Giova notare come l’epicentro critico della crisi climatica sia negli Stati Uniti. E’ in questo paese, cioè, l’epicentro del conflitto, da un lato, tra portatori irresponsabili, criminali, folli, nichilisti assoluti, attualmente al governo, sistematicamente orientati a minacciare ricorsi alla guerra, dall’altro, una contestazione politica, sociale, culturale orientata a un cambiamento radicale di sistema, portata da uno schieramento composto da uno straordinario “blocco storico” in via di consolidamento, partecipato dai sindacati, dai movimenti di neri e ispanici, dai movimenti pacifisti, da una grande attivazione sia femminile che giovanile, peraltro ormai mondiale. E’ in questo paese che si gioca oggi, assai più che altrove, la partita sulle sorti generali del pianeta e dell’umanità. Non solo compromesse dal cambiamento climatico, ma dal crescendo di guerre, tra cui il loro complesso mediorientale, già una sorta di terza guerra mondiale a spizzichi, e che il riscaldamento climatico non potrebbe che allargare.

    Una risposta efficace al riscaldamento climatico richiede, dunque, una transizione generale, di sistema
    Si può essere anche a questo riguardo relativamente brevi: molte cose sono già state indicate, altre sono note.
    Appunto, dunque, il socialismo: in forme ampie, orientate a un rifacimento globale dell’economia, al dominio in essa del pubblico, vale a dire, a esso e alla sua gratuità in sede di scuola, università, formazione, totalità dei servizi, trasporti pubblici locali compresi, modo questo importante di contrasto al surriscaldamento e all’avvelenamento dell’aria delle città; parimenti, orientate al rovesciamento democratico dei rapporti di proprietà, quando privati, delle maggiori realtà produttive, all’abolizione della speculazione finanziaria (alla sua “eutanasia”, scrisse Keynes), a quella della rapina distruttiva di risorse “finite” operata dalle grandi multinazionali; ancora, alla redistribuzione equa, paritaria, della ricchezza del pianeta tra i popoli, al suo uso responsabile e controllato, alla tutela di ecosistemi, mari, foreste, minoranze native, condizioni di vita delle future generazioni. Orientate, di conseguenza, a un passaggio rapido e generalizzato alle produzioni “pulite” di energia, al risanamento generale delle megalopoli, alla fine dello spreco di suolo, all’incremento massiccio dei lavori orientati al benessere sociale e delle persone, all’abbattimento degli orari lavorativi (“lavorare meno lavorare tutti”). Orientate, ancora, alla sobrietà degli stili di vita, a quella dei criteri alimentari, all’autonomia alimentare massima possibile delle popolazioni, quindi al rilancio largo delle agricolture locali, al loro risanamento. Orientate a economie circolare, al recupero dei rifiuti, ecc. ecc.
    Tutto ciò ovviamente comporta battaglie politiche e culturali fondamentali. Una deve tendere al superamento della libertà assoluta di movimento dei capitali, al superamento della loro deterritorializzazione, a quello del loro ricorso a paradisi fiscali e a banche-ombra; un’altra, al superamento della deterritorializzazione delle multinazionali del web e nell’imposizione a esse di una deontologia efficace, prima di tutto sul terreno della comunicazione e dell’informazione. L’Organizzazione Mondiale del Commercio, portata dal liberismo a braccio armato delle pretese delle multinazionali contro le richieste fiscali degli stati, detentrice di un panel (un suo tribunale) dotato del potere di sanzionare quegli stati nei quali, per esempio, uno sciopero danneggi un’impresa estera, deve tornare alle utilità della sua fase originaria, consistenti nel favorire scambi utili alle popolazioni, cioè portatori di benessere e di relazioni costruttive, anche a prevenzione di conflitti. Analoghe considerazioni valgono riguardo alle altre due istituzioni progettate a Bretton Woods, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale: ambedue debbono ritornare a trasferimenti monetari che aiutino le economie di paesi dotati di mezzi scarsi o in difficoltà, senza più imporre loro, come invece avvenuto in epoca liberista, misure di “riaggiustamento strutturale”, uno dei crimini più brutali della storia del dopoguerra, segnato dall’ecatombe di decine e decine di milioni di bambini africani morti di inedia o di malattie curabili con pochi dollari.
    Risulta, ancora, opportuna una larga sostituzione della libertà, oggi assoluta, di trasferimento onnidirezionale di investimenti e di attività commerciali da parte dei potentati capitalistici con rapporti invece soprattutto bilaterali tra paesi o zone di libero scambio: le uniche realtà in grado di essere controllate da parte statale, quindi delle popolazioni, e, con ciò, suscettibili di rispondere a loro effettive necessità.

  • #656
    espa
    espa
    Partecipante

    leggendo del partito, che come lo definisce il compagno Claudio Mezzanzanica in altro post con una bella espressione: “un partito oggi o cosa vuole che sia il popolo dei due terzi escluso. Perché un partito di sinistra non è una cosa al servizio dei cittadini ma la casa e la cosa dei ceti esclusi” mi viene l’idea che chiediamo l’irreale…per la verita’ non solo noi, ad esempio quando sento il compagno Bersani che con la sua prosopopea afferma: voglio un partito popolare (e di governo) mi chiedo: ma dov’e’ sto popolo? considerando pure che lui taglia a destra i macroniani e a sinistra quelli che definisce chaveziani…chi resta? un popolo? mah a me viene da pensare a un gruppetto di sfigati ma forse sbaglio, in ogni caso anche noi a sinistra, dobbiamo calibrare il tiro, non che non si possa puntare a successi futuri, pero’ per partire, bisogna aver chiaro il referente su cui si puo’ puntare e oggettivamente, se oggi riusciamo a mettere in piedi una unita’ della sinistra, magari con qualcosa di piu’ impegnativo di una semplice lista unitaria, che possa tenere anche dopo il voto (indipendentemente dal suo esito) credo che l’obiettivo non puo’ andare oltre il quorum che per le elezioni europee, e’ del 4 x 100.

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